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Quando Susan B. Anthony votò illegalmente

5 novembre 1872. Rochester, New York. Susan Brownell Anthony non sta solo per violare la legge; sta per riscrivere la storia. Sa che che quello che sta per fare la porterà in prigione, ma lei non cerca assoluzione: Susan cerca il processo, cerca la tribuna, cerca la giustizia.

Il 15 febbraio 1820 nasceva Susan Brownell Anthony, una figura che va ben oltre la semplice definizione di suffragetta. Susan fu una vera e propria stratega della disobbedienza civile e una pioniera della gestione dei dati ante litteram, convinta che, a volte, infrangere le regole sia l’unico modo per cambiare la storia.

Il suo atto più rivoluzionario avvenne a Rochester, New York, il 5 novembre 1872. Con passo fermo, Susan entrò in un seggio elettorale, depositò la sua scheda nell'urna e sfidò apertamente la legge vigente che proibiva alle donne di votare. Sapeva perfettamente che quell'atto l'avrebbe condotta dritta in prigione, ma la sua non era una semplice infrazione: era una dichiarazione politica precisa.

Non cercava la provocazione fine a se stessa; cercava il tribunale. Voleva che la magistratura si pronunciasse sulla costituzionalità del diritto di voto femminile. Durante il processo, trasformò l'aula in una tribuna politica, sostenendo che se lei era cittadina secondo la Costituzione, allora godeva dei diritti garantiti a tutti i cittadini.

Nonostante la condanna, la vera vittoria arrivò nel momento della sentenza. Il giudice le impose una multa di 100 dollari, ma la sua risposta divenne leggendaria: «Non pagherò mai neanche un dollaro della vostra ingiusta sanzione». E mantenne la parola. Non pagò mai quella multa. La corte, per evitare che la detenzione la trasformasse in una martire politica, scelse di non incarcerarla. Con quel rifiuto, Susan sfidò il sistema giudiziario e ne fece una questione di autodeterminazione.

La sua battaglia non fu solo nelle piazze e nei tribunali: fu anche un lavoro di raccolta e uso delle informazioni. Nell’Ottocento non c’erano computer, ma Susan intuì prima di molti che per cambiare il sistema doveva spostare prima l’opinione pubblica. E per farlo serviva rendere visibile ciò che veniva taciuto.

Viaggiò instancabilmente, raccogliendo testimonianze e dati quantitativi sulla disparità salariale, creando una mappa cartacea dei luoghi dove la resistenza era più forte. Serviva contare, raccogliere prove, e poi sistemare tutto in un racconto verificabile. Trasformò il suo giornale, The Revolution (fondato nel 1868), in uno strumento di data storytelling e in una piattaforma di informazione militante basata su evidenze: statistiche, casi documentati e messaggi mirati per replicare colpo su colpo alla stampa ostile.

Quando fu arrestata, fece del processo in un evento mediatico, usò il tribunale come cassa di risonanza: la stampa finì per citare le sue dichiarazioni e l’episodio diventò una prova pubblica, difficile da contestare.

Oggi, a distanza di oltre due secoli dalla sua nascita, mentre la parità salariale resta una battaglia aperta e la violenza di genere continua a colpire milioni di donne nel mondo, l’insegnamento di Susan risuona forte: i diritti non si chiedono per gentile concessione, si rivendicano con il coraggio della disobbedienza civile!

Susan B. Anthony non visse abbastanza per vedere il 19° Emendamento, che riconobbe il voto alle donne negli Stati Uniti, ma quel traguardo porta anche il suo nome: «Anthony Amendment» un promemoria di quanto la giustizia, nella storia, sia spesso un lavoro di staffetta.




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