Parliamo spesso di mutilazioni genitali femminili. Ne parliamo molto. Oggi, nella Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, vale forse la pena chiederci non quanto ne sappiamo, ma come ne parliamo. A volte, paradossalmente, più di quanto ne parlino le dirette interessate. Le analizziamo nelle statistiche, nei report, nei convegni e spesso con rabbia, indignazione o frustrazione. Ma il punto più delicato — e più difficile — resta sempre lo stesso: come affrontare davvero l’argomento con le donne che le hanno subite.
Molte di loro sono state mutilate da bambine, in un’età in cui il corpo non ha ancora un linguaggio chiaro e la memoria non distingue nettamente ciò che è “normale” da ciò che non lo è. Alcune non sanno nemmeno di essere state mutilate, se non anni dopo, magari davanti a una visita medica, a un parto, a un dolore che non trova spiegazione. In questi casi, la ferita non è solo fisica: è epistemica. Riguarda ciò che si sa — o non si sa — di sé.
I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno, ma non lo esauriscono. Oggi si stima — sulla base di dati parziali e non sempre ufficiali — che oltre 230 milioni di donne e bambine nel mondo vivano con le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili. In Europa, centinaia di migliaia di donne ne portano i segni; in Italia, stime non ufficiali parlano di oltre 80.000 donne già mutilate e di migliaia di ragazze potenzialmente a rischio. Sono dati solidi, ma restano astrazioni finché non incontrano una storia, un corpo, una relazione.
Ed è qui che entra in gioco il trauma. Il trauma non è semplicemente un evento doloroso: è una frattura. Segna una linea netta tra un prima e un dopo, anche quando il “prima” non è ricordato consciamente. Il trauma interrompe la continuità dell’esperienza, altera il rapporto con il corpo, con il piacere, con la fiducia, con gli altri. Non si deposita solo nella memoria narrativa, ma nella memoria corporea, implicita, silenziosa. Per questo può restare a lungo senza parole.
Le origini culturali di questa pratica — le mutilazioni genitali femminili, che includono asportazioni parziali o totali dei genitali esterni e, nei casi più estremi, l’infibulazione con cuciture che restringono l’apertura vaginale — sono sostenute da sistemi di credenze, norme sociali, idee di appartenenza e purezza. Di queste pratiche si parla spesso in termini culturali, storici o normativi. Ma più che un’analisi delle origini, oggi conta il modo in cui queste idee continuano a vivere, spesso senza bisogno di imposizione esplicita.
Nella stanza, quando ci si siede davvero davanti a una donna che le ha subite, queste cornici diventano improvvisamente secondarie. Ciò che emerge non è un sistema di credenze, ma una storia individuale. E, molto spesso, un silenzio profondo, esperienze che spesso non trovano parole, né per gli altri né per sé stesse.
Forse il punto non è parlarne di più, ma parlarne meglio. Con meno enfasi sulla condanna e più attenzione all’ascolto. Con la consapevolezza che il cambiamento non avviene per decreto e neanche per le nostre buone intenzioni, ma attraverso relazioni sicure, linguaggi rispettosi, tempi adeguati, che sanno attendere. E con un dato di realtà: affrontare l’argomento con le donne che hanno subito mutilazioni è difficile, proprio perché tocca zone intime, spesso non simbolizzate, talvolta mai nominate.
Se c’è una lezione che questo tema ci offre, è che non tutte le ferite chiedono immediatamente di essere spiegate. Alcune chiedono prima di essere riconosciute. E, a volte, la trasformazione più profonda non nasce da una nuova legge o da un nuovo slogan, ma da un’idea diversa di ascolto, di cura e di presenza, di relazione, quando siamo tutti capaci di non distogliere lo sguardo.