Perché il podcast è già uno spazio femminile — e deve diventarlo ancora di più.
Parto da un dato che non conoscevo: 2015 una donna su sette ascoltava podcast con regolarità, mentre nel 2025 siamo arrivate a una su due. In dieci anni l’ascolto femminile è triplicato e il Women’s Audio Report 2025 di Edison Research certifica che sessanta milioni di donne americane vengono raggiunte ogni mese da questo mezzo. Se poi si aggiungono i video podcast, la percentuale supera la maggioranza assoluta e a quel punto diventa difficile considerare tutto questo una semplice evoluzione delle abitudini di ascolto.
Più del numero in sé, vale la pena guardare a come ascoltano le donne, perché il 53% sceglie i podcast per approfondire temi complessi, il 64% li usa per affrontare sfide personali e professionali e il 44% li considera un supporto concreto per la salute mentale. Ne viene fuori un ascolto intenzionale, che non serve soltanto a riempire un silenzio o accompagnare un’attività, ma occupa un tempo scelto con una certa consapevolezza.
Quasi l’80% delle ascoltatrici considera inoltre essenziale avere una host o un host che apprezza e questo dice molto sulla qualità della relazione che si costruisce con l’audio. Non basta una voce intercambiabile, perché conta chi parla, il modo in cui lo fa e la fiducia che riesce a costruire, tanto che affidare trenta o quaranta minuti della propria giornata a qualcuno finisce per significare, in modo molto concreto, affidargli una parte del proprio tempo.
In Italia, secondo la ricerca From Podcast to Branded Podcast 2025 di OBE e BVA Doxa, gli ascoltatori hanno raggiunto quota 15,5 milioni e la distribuzione di genere è perfettamente paritaria. Il gender listening gap, almeno nell’ascolto, non esiste, perché le donne ascoltano quanto gli uomini, il 57% degli utenti arriva fino alla fine della puntata e il tempo medio giornaliero è di 37 minuti. Sono numeri che raccontano una pratica ormai entrata nella routine quotidiana e non più un consumo di nicchia.
Quando però si guarda alla presenza femminile dietro al microfono, nella conduzione e nella produzione, la crescita non sembra essere proporzionata e proprio nella distanza tra chi ascolta e chi produce si apre una questione interessante.
Una ricerca di Angelica Grigoletto, realizzata all’Università di Padova, ha analizzato 300 canali podcast su Spotify attraverso la parola chiave “violenza di genere”. Solo 78 trattavano il tema in modo pertinente e, tra questi, 46 gli dedicavano l’intera produzione. Il numero può essere letto come un limite, ma racconta anche qualcosa della natura del mezzo, perché ci sono argomenti che nell’audio trovano uno spazio che i media tradizionali continuano a concedere con maggiore difficoltà.
La violenza di genere, per esempio, viene ancora raccontata soprattutto attraverso il fatto di cronaca, il delitto e l’episodio estremo, spesso con un linguaggio che scivola nel victim blaming e finisce per spostare una parte dell’attenzione sulla responsabilità della vittima. Il podcast dispone invece di tempo e di una forma di intimità che permette di affrontare anche violenze meno visibili, come quella psicologica, ostetrica o assistita, che difficilmente riescono a entrare nella velocità dell’informazione quotidiana.
La stessa ricerca segnala che i cinque canali che affrontano il tema anche da una prospettiva maschile, parlando di mascolinità tossica e responsabilità degli uomini, sono quelli più apprezzati dalla community, con valutazioni comprese tra 4,5 e 5 stelle. È un dato che suggerisce come il pubblico non cerchi soltanto conferme, ma anche punti di vista che altrove trovano poco spazio.
Una storia che racconta bene che cosa succede quando le donne prendono il microfono è quella di Call Your Girlfriend. Nel 2014 Ann Friedman e Aminatou Sow, amiche che vivono sulle coste opposte degli Stati Uniti, iniziano a registrare le loro conversazioni su femminismo, politica e cultura pop senza studio e senza budget, dentro un armadio. Tra le ragioni che le spingono a cominciare c’è anche una provocazione molto semplice, perché qualcuno aveva detto loro che le donne non facevano podcast.
Nel 2017 erano arrivate a 6,1 milioni di download, tour dal vivo sold out e ospiti come Hillary Clinton e Gloria Steinem, ma più del successo numerico conta forse lo spazio che erano riuscite a creare. Le donne ascoltavano altre donne parlare di temi che le riguardavano senza la mediazione di una postura televisiva o istituzionale e senza la necessità di trasformarsi in personaggi per risultare credibili.
È anche per questo che, da giornalista, faccio fatica a considerare il podcast semplicemente come uno strumento in più per fare informazione, perché l’audio richiede una forma di attenzione diversa e allena l’ascolto in un momento storico in cui consumiamo una quantità enorme di contenuti interrompendoli continuamente, saltando da una finestra all’altra, leggendo titoli, notifiche e frammenti. Una voce che riesce a trattenerci per mezz’ora impone un rapporto diverso con ciò che stiamo ascoltando.
Per le donne c’è poi una caratteristica ulteriore, perché il podcast può fare a meno del corpo e chi ascolta non vede l’aspetto, l’età, il modo di vestirsi, il trucco, il peso o tutti quegli elementi che continuano a condizionare in maniera sproporzionata la presenza femminile nello spazio pubblico, dalla televisione ai social. Nell’audio quella sovrastruttura può sparire e lasciare al centro la voce e il contenuto, una possibilità che per giornaliste, attiviste o per chiunque voglia raccontare qualcosa senza passare prima attraverso il giudizio sull’immagine non è affatto secondaria.
Anche le informazioni ascoltate sembrano avere un altro tempo, perché vanno più lentamente, si depositano e rimangono disponibili per un’elaborazione diversa rispetto a quello che leggiamo distrattamente su uno schermo. Se si vuole evangelizzare — e uso volutamente una parola un po’ sproporzionata — sui diritti delle donne, sugli stereotipi o sulle molte declinazioni del femminismo contemporaneo, questa capacità dell’audio di trattenere l’attenzione diventa particolarmente preziosa.
È qualcosa che sperimento direttamente anche con L’Ombra delle donne, il podcast che conduco, e che ritrovo nella definizione dell’audio come spazio di relazione emersa al CES 2026. Non si tratta più soltanto di un canale attraverso cui raggiungere un pubblico, ma di un luogo in cui costruire una relazione più profonda, anche perché spesso l’audio non interrompe ciò che una persona sta facendo ma lo accompagna. Si ascolta mentre si cammina, si viaggia, si cucina o si sistema una casa, spesso con le cuffie e in una condizione di prossimità che altri formati difficilmente riescono a ottenere.
Per questo la questione non è soltanto quante persone si riescano a raggiungere, ma che tipo di rapporto si costruisca con loro e quanta disponibilità all’ascolto una voce sia capace di generare.
C’è infine una dimensione politica del podcast che non riguarda i partiti, ma la possibilità di prendere parola nello spazio pubblico, perché scegliere cosa raccontare, quali storie considerare importanti, quali parole utilizzare e quali esperienze rendere udibili produce inevitabilmente una rappresentazione del mondo e contribuisce a stabilire chi abbia diritto di raccontarlo.
Quando una donna apre un microfono e porta in circolazione una storia che prima aveva meno spazio, quella narrazione entra nel linguaggio e modifica, anche poco, la percezione di chi possa parlare e di chi meriti di essere ascoltato.
Sessanta milioni di donne al mese, soltanto negli Stati Uniti, stanno già ascoltando e in Italia metà del pubblico dei podcast è femminile, quindi il punto non è convincere le donne ad avvicinarsi a questo mezzo, perché lo hanno già fatto, ma capire quante decideranno di passare dall’altra parte del microfono e quanto spazio saranno disposte a prendersi dentro un mezzo che, forse proprio perché ha meno bisogno di corpi, immagini e posture, offre ancora una libertà che altrove si è fatta più difficile.