«Mia moglie». Due parole che evocano intimità e affetto, ma che su Facebook mascheravano una comunità di 32 mila uomini dediti alla condivisione sistemica di foto intime delle proprie partner. Nessun consenso, nessuna remora morale.
Dal 2019, migliaia di professionisti giornalisti, avvocati, poliziotti si sono riuniti in questo spazio digitale per trasformare l'intimità femminile in spettacolo. Il caso, emerso grazie alle indagini riportate da Corriere della Sera e Avvenire, ha portato Meta a chiudere definitivamente la pagina dopo le denunce alla Polizia Postale. 32 mila membri attivi, l'equivalente della popolazione di una città di medie dimensioni. Il gruppo aveva sviluppato una struttura quasi manageriale, con gerarchie interne e codici non scritti che trasformavano la condivisione non consensuale in un perverso sistema di intrattenimento maschile.
La scoperta più inquietante riguarda la composizione sociale della community. Tra i partecipanti, figure che per ruolo istituzionale dovrebbero rappresentare l'autorità e la tutela dei diritti: magistrati, membri delle forze dell'ordine, professionisti dell'informazione. Alcuni avrebbero utilizzato il proprio status professionale come leva per acquisire credibilità e prestigio all'interno della community, tradendo completamente la missione etica dei loro ruoli istituzionali.
La svolta nelle indagini porta la firma dell'avvocata penalista Carolina Capria, specializzata in diritto informatico. Il suo intervento ha dato voce a oltre mille donne vittime di questa forma di violenza digitale, orchestrando un'azione legale collettiva che ha smascherato l'intera operazione. Le sue ricerche hanno dimostrato come il gruppo facebook «Mia moglie» rappresentasse soltanto un nodo di una rete molto più estesa, ramificata attraverso diversi canali e piattaforme.
Il fenomeno supera i confini nazionali. Stati Uniti, Corea del Sud, Australia, Regno Unito: ovunque le autorità hanno dovuto fare i conti con comunità simili, caratterizzate dalle medesime dinamiche di potere e dagli stessi meccanismi di controllo. La geografia del revenge porn organizzato rivela pattern ricorrenti che trascendono le differenze culturali, alimentati dall illusione di anonimato che il web sembra garantire.
Dal punto di vista sociologico, «Mia moglie» rappresenta un caso emblematico di quella che gli studiosi definiscono «violenza digitale di genere sistematizzata». Le ricerche evidenziano come questi gruppi non nascano nel vuoto, ma affondino le radici in strutture di potere preesistenti che normalizzano il controllo sulla sessualità delle donne. Internet non fa che amplificare dinamiche già presenti nella società offline, creando spazi dove la violazione collettiva diventa elemento identitario e la misoginia si trasforma in collante sociale.
La trasversalità del fenomeno dalla presenza massiccia di professionisti qualificati alla diffusione geografica globale dimostra che la violenza digitale di genere non è un'aberrazione marginale. Permea istituzioni rispettabili e ambienti insospettabili, rendendo urgente un ripensamento profondo tanto degli strumenti normativi quanto degli approcci culturali per contrastare questa forma di violenza tecnologicamente mediata.
