Una riflessione su come il linguaggio può contrastare la violenza di genere.
Il buon Nanni Moretti in Palombella rossa del 1989, urlava “le parole sono importantiiiii” alla giornalista che usava parole semplificate e slogan.
Il linguaggio non è neutro, ça va sans dire, e dietro l’uso di una formula vuota si nasconde un racconto distorto della realtà. Non voglio fare l’ umanista nostalgica ma la scelta delle parole riguarda il potere e il corpo. Le parole che scegliamo per comunicare in ogni ambito non si limitano a descrivere il mondo, lo costruiscono. E in questa costruzione, ahimè, parlando di violenza di genere, rischiamo di normalizzarla, minimizzarla, perfino renderla inevitabile.
Il racconto della violenza di genere sui media che ci informano non è dettaglio stilistico, ma il riflesso di una cultura e dei suoi pregiudizi.
Per quanto le autorità cercano storicamente di censurarla, la lingua appartiene alle comunità dei parlanti e vive nell’uso che la comunità ne fa.
Dal mio punto di vista questo è il terreno su giocare una parte importante della lotta contro la violenza di genere.
Su un terreno di lotta servono tattiche e azioni. E anche se questa metafora non mi piace, è calzante e, penso, vada “agita” quotidianamente con una scelta consapevole di ogni parola. In ogni contesto. Da ognuna di noi.
Tanto per fare degli esempi, avete presente il maschile sovraesteso?
In italiano, se in una famiglia c’è un maschio e una femmina, li chiamiamo comunque “fratelli”, ignorando la differenza di genere che altre lingue marcano esplicitamente. Potrebbe sembrare un banale dettaglio grammaticale ma non è così. E’ il segnale di uno sguardo che tende a considerare il maschile come norma, e il femminile come deviazione o aggiunta.
Un altro esempio è quello della cancellazione delle declinazioni dei mestieri al femminile. Un meccanismo questo che riguarda direttamente la rappresentazione pubblica del potere. L’uso del titolo “il Presidente” per una donna che ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio, non è un errore grammaticale, ma una scelta che oscura simbolicamente la presenza femminile nelle posizioni apicali e rafforza l’idea che l’autorità coincida “naturalmente” con il maschile. Non a caso l’Accademia della Crusca da anni chiarisce che la lingua ha tutte le risorse per dire ministra, sindaca, prefetta, presidente al femminile: le resistenze, non sono linguistiche, sono culturali.
Alma Sabatini, linguista e attivista italiana impegnata nelle battaglie femministe, nel 1987 pubblicò “Il sessismo nella lingua italiana” svelando il patriarcato linguistico e dando l’avvio ad una vera e propria battaglia culturale sul lessico. I mestieri declinati al femminile all’inizio suonavano “brutte” ed “esagerate”. Eppure erano – e sono – esattamente ciò che serve per nominare la realtà di donne che occupano ruoli di potere.
Un caso ancora più emblematico è la parola”femminicidio”che negli anni 2000 era ancora derisa e accusata di essere “brutta” da sentire. Eppure è una parola vitale perchè descrive un fatto che accade con frequenza spaventosa ossia “l’uccisione di donne in quanto donne”.
L’uso istituzionale del termine femminicidio in Italia arriva nel 2013 con la ratifica della Convenzione di Istanbul (che era stata adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011). Si tratta del primo strumento giuridicamente vincolante che riconosce il ruolo centrale dei media nel contrasto alla violenza. E chiede un racconto corretto.
Un racconto corretto significa, per esempio, distinguere una lite accesa da un maltrattamento sistematico.
Oggi tredici anni dal recepimento della Convenzione, i media (e le istituzioni!) scivolano ancora sulla narrazione dei femminicidi spesso raccontati come faccende private, anziché riconosciuti per ciò che sono e cioè un un problema strutturale.
Assistiamo ogni giorno a questi “scivolamenti linguistici” che appunto, non sono affatto “neutri”.
Uno dei casi più eclatanti è quello di Donald Trump e l’uso sistematico di etichette degradanti (“nasty woman”, “animals”, “vermin”) o metafore che paragonano interi gruppi sociali a parassiti, minacce, criminali. Questo tipo di linguaggio non solo normalizza la violenza verbale, ma costruisce una cornice cognitiva in cui la disumanizzazione dell’altro diventa accettabile.
Sul fronte italiano, un altro pattern riguarda il racconto dei femminicidi. Titoli come “tragedia della gelosia”, “raptus improvviso”, “uccisa durante una lite”, “non riusciva ad accettare la fine della relazione” spostano la causa del delitto su emozioni incontrollabili o dinamiche di coppia. L’autore della violenza scivola sullo sfondo, quasi come vittima delle proprie passioni, e l’omicidio diventa l’esito tragico di una storia d’amore andata male.
Un reato viene in pratica psicologizzato e la responsabilità individuale viene diluita, la violenza appare quasi “comprensibile”.
C’è anche un altro trucco discorsivo molto usato da politici e comunicatori. Quello di trasformare i femminicidi in “casi”. Parliamo de “il caso di Giulia Cecchettin”, “il caso di Saman”, “il caso della ragazza uccisa”. Il soggetto diventa il caso, non l’uomo che ha ucciso. L’autore scompare, la vittima resta come unica figura in scena. Ancora una volta, il linguaggio cancella l’agente e impedisce di nominare chi compie la violenza.
Un altro aspetto che mi ha sempre disturbato, nel giornalismo sportivo ad esempio è molto evidente, è la tendenza a separare le donne dal resto del mondo. Formule come “Calcio e donne”, “Motori e donne”, “Donne e giovani”, dicono che le donne non sono parte integrante di quei mondi, ma una categoria accessoria da aggiungere a margine. Anche nel linguaggio burocratico o istituzionale, ricorrono formule del tipo “gli italiani e le donne”, “i cittadini e le donne”, che presentano le donne come eccezione rispetto a una norma maschile.
Questo è esattamente ciò che le raccomandazioni per un’informazione responsabile invitano a evitare. Le donne non sono una minoranza da categorizzare a parte, sono la maggioranza dell’umanità. Continuare a separarle significa rafforzare una gerarchia implicita in cui il maschile “è il tutto” e “il femminile è un sottoinsieme speciale”.
Ma “concretamente” cosa dobbiamo fare e dire, per contrastare la violenza contro le donne e costruire un mondo senza egemonie di genere?
Dopo avere studiato un pò a partire dal testo della Sabatini ho provato a stilare un vademecum da usare quando scriviamo, parliamo e commentiamo:
non categorizziamo le donne a parte: evitare sintagmi come “donne e bambini”, “donne e giovani”, perché riproducono il maschile sovraesteso e un’idea datata di separatezza.
evitiamo sensazionalismo e spettacolarizzazione: niente morbosità, titoli acchiappaclick, estetizzazione del dolore, soprattutto in TV e sui social.
forniamo sempre informazioni utili: numeri come il 1522 e immagini del Signal for Help.
curiamo parole e immagini: evitiamo visual seduttivi delle vittime, copertine che normalizzano la violenza, narrazioni che la trasformano in intrattenimento.
rendiamo visibile l’autore: non concentriamoci solo sulla vittima e non presentiamo l’autore come “mostro” o “deviante”, perché spesso è “un ragazzo qualunque”, qualcuno che potremmo riconoscere come vicino.
separiamo responsabilità e colpa, senza mai colpevolizzare la vittima: non chiediamoci che cosa “ha fatto” quella donna per “meritare” quell’esito.
evitiamo la forma passiva: non “ennesima donna uccisa”, ma “ennesimo uomo che uccide sua moglie”, per mettere al centro l’azione e chi la compie.
evitiamo giustificazioni implicite: niente “raptus”, “perdita di controllo”, “troppo innamorato”.
diamo dignità alla vittima: chiamiamola per nome e cognome, restituiamole una storia.
evitiamo fatalismo e passività: non raccontiamo la violenza come esito di una lite, di un destino cieco, di una “tragedia annunciata” quasi inevitabile.
Se c’è una cosa che questi esempi mostrano con chiarezza, è che il linguaggio non è un dettaglio cosmetico, ma un luogo di responsabilità. Ogni volta che scegliamo una formula invece di un’altra, che trasformiamo un femminicidio in “caso”, che attribuiamo un omicidio a un “raptus”, stiamo spostando il modo in cui la società percepisce quella violenza.
Come madre e come comunicatrice immersa nelle parole, sento che la sfida non è solo “non sbagliare le parole”, ma contribuire a costruire un immaginario diverso.
Un immaginario in cui le donne non sono categorie a parte o corpi sacrificabili. Un immaginario in cui tutte e tutti siamo consapevoli del potere delle parole.
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Per approfondire lascio questo video sulla presentazione del Gender Equality Index 2025 dell'EIGE.
