Mentre le Azzurre della pallavolo si battono per la conquista del titolo mondiale in Thailandia e Larissa Iapichino si prepara alle finali della Diamond League di atletica a Zurigo, il panorama sportivo femminile italiano si trova ancora a confrontarsi con una realtà paradossale: le protagoniste di questi eventi di eccellenza mondiale sono considerate dalla legge italiana semplici dilettanti, private delle tutele e dei diritti fondamentali che spettano ai professionisti.
In Italia, le atlete continuano a essere escluse dal professionismo sportivo e subiscono discriminazioni sistemiche che vanno dalla disparità di investimenti alla scarsa rappresentanza nei ruoli dirigenziali. Luisa Rizzitelli, presidente dell’Associazione Nazionale Atlete (Assist), dal 2000 combatte per garantire alle donne nello sport gli stessi diritti riconosciuti agli uomini.
La legge n. 91 del 1981 rappresenta il principale ostacolo che impedisce alle atlete di accedere al professionismo. Questa normativa contempla solo calcio, basket, ciclismo, golf, tennis e pugilato come discipline professionali, escludendo de facto tutte le altre pratiche sportive e creando una discriminazione di genere sistematica.
La mancanza di riconoscimento del professionismo femminile significa negare alle atlete italiane tutele previdenziali, contratti di lavoro subordinato, diritto alla maternità e alla malattia. Come evidenziato dal Parlamento Europeo, lo sport rimane “una delle istituzioni sociali della società moderna con la maggiore disparità di genere”.
Il caso della pallavolista Lara Lugli ha scatenato nel marzo 2021 un dibattito nazionale. Dopo aver comunicato la gravidanza al Volley Pordenone nel marzo 2019, venne licenziata e citata in giudizio dal club. La società sosteneva che l’atleta avesse violato il contratto non comunicando l’intenzione di avere figli.
Molte atlete sono costrette a firmare contratti con clausole di licenziamento in caso di gravidanza, equiparandole agli atleti dilettanti e privandole di ogni tutela legale. Come dichiarato dalla stessa Lugli: “È incredibile che nel 2021 rimanere incinte debba essere considerato poco professionale”.
L’Associazione Nazionale Atlete ha lanciato la campagna #AzzurreSuRai1 per contrastare l’invisibilità mediatica dello sport femminile. Le gare delle Azzurre sono spesso relegate su canali secondari, a differenza degli eventi maschili trasmessi in prima serata su Rai 1.
Questa disparità di trattamento si traduce in minori investimenti pubblicitari e sponsor meno prestigiosi, creando un circolo vizioso che penalizza lo sviluppo dello sport femminile. Il divario salariale tra sport maschile e femminile raggiunge proporzioni drammatiche. Le calciatrici percepiscono stipendi fino a 100 volte inferiori rispetto ai colleghi uomini, costringendole spesso a lavorare part-time per sostenere economicamente la loro carriera sportiva.
La governance sportiva italiana mostra un ritardo significativo rispetto al panorama europeo. Mentre in Svezia le donne occupano il 51% delle posizioni dirigenziali sportive, in Italia la percentuale si ferma al 27%. A livello federale, la situazione è ancora più critica con appena il 13,7% di dirigenti donne, concentrando il potere decisionale nelle mani di una schiacciante maggioranza maschile.
Il Consiglio d’Europa sottolinea che «l’uguaglianza di genere nello sport non è solo un obiettivo, ma un diritto fondamentale per il quale dobbiamo adoperarci senza sosta». La battaglia per i diritti delle donne nello sport italiano necessita di un cambiamento normativo urgente e di una trasformazione culturale profonda che riconosca alle atlete la dignità professionale che meritano, mentre loro continuano a eccellere sui palcoscenici più prestigiosi del mondo.
