Ogni anno in Europa, migliaia di donne subiscono violenza ostetrica, spesso inconsapevolmente, attraverso pratiche mediche invasive senza consenso pieno. Lo rivela lo studio Obstetric Violence in the European Union (2022-2023), il primo censimento continentale promosso dalla Commissione Europea su tutti i 27 Stati membri: le percentuali variano dal 21% in Italia all'81% in Polonia, evidenziando una piaga diffusa e sistemica nei sistemi sanitari europei. Mentre l'Italia appare migliore con un caso su cinque, resta allarmante che una partoriente su cinque riporti maltrattamenti; in Polonia, l 81% segnala abusi gravi.
Il nodo cruciale è l'invisibilità: molte vittime non riconoscono come violenza la medicalizzazione forzata, la mancanza di informazioni o le umiliazioni verbali, normalizzate nei reparti maternità. Questa ricerca rompe il silenzio con dati chiari. Per violenza ostetrica si intende l’insieme di pratiche mediche, atteggiamenti e omissioni, sia fisiche che psicologiche, che ledono l’autonomia, la dignità e l’integrità delle donne durante il parto e l’assistenza ginecologica. Dietro questa forma di violenza di genere si nasconde un doppio meccanismo: da un lato, il controllo sui corpi delle donne, dall’altro, una medicalizzazione sistematica che trasforma processi naturali in patologie.
Il rapporto, coordinato da Patrizia Quattrocchi, identifica tre tipi di abusi ostetrici in Europa: abusi verbali (insulti, umiliazioni), mancanza di consenso informato (come l‘episiotomia senza consenso) e pratiche mediche non basate sull'evidenza. «Il termine violenza ostetrica – spiega Patrizia Quattrocchi in un’intervista rilasciata a Corriere della Sera – non è accusatorio rispetto ai singoli professionisti della salute, che certamente fanno del loro meglio con gli strumenti a disposizione, ma identifica una serie di criticità strutturali dei nostri modelli assistenziali, spesso eccessivamente medicalizzati e poco attenti ai bisogni delle donne, in particolare di tipo relazionale o emotivo».
Tra il 2017 e il 2022, l'Italia ha registrato la quota più bassa di violenza ostetrica in Europa, ma il tasso del parto cesareo, pur in calo dal 37,5% nel 2014-2015 al 30% nel 2023, resta ben al di sopra del limite ottimale del 10-15% raccomandato dall’OMS. All’origine di questa discrepanza concorrono fattori strutturali: protocolli medici ambigui, la convinzione errata che il pregresso cesareo precluda il parto vaginale (anche a distanza di 18 mesi), incentivi economici per le procedure chirurgiche e una pervasiva medicalizzazione ospedaliera. La medicalizzazione del travaglio rappresenta un’altra frontiera della violenza ostetrica
L'uso sistematico di ossitocina sintetica e prostaglandine, somministrate per via endovenosa o vaginale, alterano radicalmente il processo naturale del parto, imponendo tempi artificiali. La procedura, che può protrarsi dalle 24 alle 48 ore, vincola la donna al monitoraggio continuo, limitando la mobilità e aumentando i rischi di tachisistolia e di un cesareo d’urgenza. Il fenomeno della violenza ostetrica risulta difficile da quantificare e confrontare a livello europeo per la mancanza di una definizione comune e di dati istituzionali. In aggiunta, spesso, non è riconosciuta né dalle vittime né dai professionisti sanitari. Tutto ciò rende la raccolta dati molto complessa.
Tuttavia, là dove la violenza ostetrica ha ricevuto maggiore attenzione, gli studi rivelano un ventaglio di risposte concrete. Dal monitoraggio sistematico degli abusi in Germania, ai sistemi di segnalazione anonima introdotti in Francia dal 2019, si assiste a un cambiamento. Il fenomeno della violenza ostetrica e ginecologica non può più essere ignorato o minimizzato: rappresenta una violazione dei diritti fondamentali che richiede risposte immediate e strutturate per garantire che l'assistenza sanitaria diventi finalmente sinonimo di cura rispettosa e consensuale.
