Negli ultimi anni, un nuovo approccio all’urbanistica sta trasformando il modo in cui viviamo la città: a guidarlo è la prospettiva di donne architette e urbaniste, impegnate a disegnare spazi urbani non solo più sicuri e inclusivi, ma anche a misura di donne. L’intento è chiaro: superare un modello maschiocentrico di città per dar vita a luoghi di incontro, relazione e benessere – con una particolare attenzione al verde.
Spesso trascurate, le esigenze delle donne negli spazi urbani sono tutt'altro che marginali. Le donne utilizzano i mezzi pubblici più degli uomini, si spostano con percorsi complessi che combinano lavoro e cura, attraversano la città anche negli orari serali. Per questo la progettazione dello spazio pubblico – illuminazione, visibilità, accessibilità, presenza di verde – non è un dettaglio, ma determina la libertà di movimento e la sicurezza percepita.
Secondo María Dolores Tello, docente e ricercatrice, «ridisegnare le città in una prospettiva di genere significa concepire lo spazio urbano in modo flessibile, con la capacità di rispondere ai bisogni, ai desideri e alle rappresentazioni socio-spaziali della diversità dei soggetti, incorporando i diversi modi di vivere e di rendere effettivo il diritto alla città» (Tello, 2009:288). Questo approccio non riguarda soltanto le donne, ma include anche chi viene tradizionalmente affidato alle loro cure: bambini, giovani, persone con disabilità e anziani.
Il Comune di Bologna ha lanciato il progetto «Verso un atlante di genere. Prospettive femministe per costruire città sicure», cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con associazioni come Sex and the City e Period Think Tank. L'obiettivo è mappare i luoghi della città tenendo conto delle differenze di genere, età e provenienza, per individuare criticità e guidare la progettazione di spazi pubblici sicuri e accessibili. Come spiega Florencia Andreola, l'atlante di genere è «uno strumento digitale che può orientare le politiche cittadine, analizzando i punti di forza della città e mostrando le eventuali mancanze».
Azzurra Muzzonigro, coordinatrice del progetto Milan Gender Atlas, ha rilanciato il dibattito sulla neutralità apparente della pianificazione urbana in un'intervista a Casa Donne Milano (luglio 2022): «La pianificazione urbana è stata a lungo una professione bianca esercitata dagli uomini. Le città sono state pianificate dagli uomini mettendo al centro una soggettività che ha una pretesa neutralità». Un'osservazione che svela come la supposta oggettività urbanistica rispondesse in realtà alle necessità di un soggetto perlopiù maschio, eterosessuale, cis, abile e libero da lavori di cura.
«Portare uno sguardo di genere all'interno della pianificazione urbana significa ampliare la visione a tutte quelle soggettività che storicamente sono stata omesse dalla pianificazione delle città», sostiene Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, in un'intervista a Sottosopra (marzo 2024).
Un caso simbolico è Vienna, dove l’approccio “gender mainstreaming” ha dato vita a quartieri ripensati privilegiando sentieri illuminati, marciapiedi larghi, panchine vicine e giardini condivisi: soluzioni semplici che facilitano gli spostamenti delle madri, danno sicurezza alle persone anziane e creano opportunità di socialità, superando la logica dello spazio neutro. Il quartiere Frauen-Werk-Stadt, progettato da un team guidato da architette, ne è uno degli esempi più noti: residenze immerse in un parco, servizi comunitari e zero barriere architettoniche, dove il verde diventa occasione di socialità e cura collettiva.
L’Italia si muove a piccoli passi: a Firenze, il recente giardino sensoriale di via Canova, disegnato anche da urbaniste, offre percorsi accessibili, orti rialzati e frutteti pensati per favorire il benessere di tutti – con un occhio di riguardo alle esigenze di donne e bambini.
Per molte progettiste la chiave è l’ascolto: «Intercettare i bisogni reali delle donne significa rendere la città più giusta anche per i bambini, gli anziani, le minoranze. Entrare in sintonia con chi la abita trasforma gli spazi e le relazioni», sostiene Annalisa Metta, paesaggista tra le più influenti in Italia .
Oggi esperienze come quelle viennesi dimostrano che includere uno sguardo femminile nella progettazione urbanistica significa città più verdi e più sicure, ma soprattutto più vitali. La visione delle architette offre non solo spazi funzionali, ma nuove possibilità di relazione: una città gentile, fatta di relazioni e non solo di edifici, capace di accogliere, proteggere, far crescere. E forse proprio da qui passa il vero futuro dell’urbanistica sostenibile.
