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Dai monumenti ai libri di testo il racconto di una storia al maschile

Il 17 marzo 1861, con la legge n. 4671 del Regno di Sardegna, il Parlamento di Torino proclamò ufficialmente la nascita del Regno d'Italia. Fu l'atto formale che chiuse un'epoca di battaglie e sogni, consegnando la corona a Vittorio Emanuele II. Ma se quella firma fu apposta da mani maschili, il processo unitario era stato costruito anche attraverso l'azione politica, intellettuale e finanziaria di donne che la storiografia ha poi relegato ai margini.

Basta alzare lo sguardo in una qualunque delle nostre piazze per accorgersi di questo vuoto: le targhe celebrano una nazione nata, in apparenza, dal genio di soli uomini — Garibaldi, Cavour, Mazzini — nomi imparati a memoria fin dall'infanzia. Eppure, proprio dietro l'ombra di questi giganti, si nascondono le storie di chi ha condiviso le stesse battaglie senza ottenerne la medesima gloria.

Tra queste voci, quella di Cristina Trivulzio di Belgioioso è emblematica. Nel 1848, mentre i leader politici negoziavano i confini dello Stato, lei finanziava battaglioni, dirigeva giornali e organizzava i soccorsi durante le Cinque Giornate di Milano con una visione logistica d'avanguardia. Nonostante avesse introdotto standard di assistenza bellica superiori alle strutture militari dell’epoca, la storiografia l’ha spesso confinata al ruolo di "nota di colore".

Non è un caso isolato. Secondo l’Atlante della toponomastica femminile, le strade dedicate a donne sono una minima parte e riguardano quasi sempre madonne o sante. La stessa asimmetria si riscontra nei manuali scolastici: la Società Italiana delle Storiche denuncia da anni come le donne siano ritratte solo come comparse. Non è una mancanza di fonti — lettere e diari abbondano — ma una scelta narrativa che ha sistematicamente escluso le protagoniste.

Questa dinamica si ripete per Anita Garibaldi, ridotta a semplice "compagna" dell’eroe, o per le collaboratrici di Mazzini come Jessie White Mario, biografa e corrispondente di guerra relegata in secondo piano. Nemmeno la Francia fa eccezione: nel 1871, la protagonista della Comune di Parigi, Louise Michel, fu delegittimata dalla stampa come pétroleuse (letteralmente “incendiaria”) per oscurare le sue rivendicazioni sulla parità salariale e il divorzio.

La delegittimazione non ha confini: accadde lo stesso nella Rivoluzione russa ad Aleksandra Kollontaj, prima donna ministro al mondo, poi emarginata dalla ricostruzione storica sovietica. 

Le ragioni di questa esclusione sono storiche: la tradizione ottocentesca ha operato una selezione sistematica delle fonti, mettendo in ombra le donne anche laddove il loro contributo era stato determinante. È un’eredità che continua a pesare sulla nostra memoria collettiva, riproducendo nei programmi scolastici e nella toponomastica la medesima gerarchia.

Adeguare oggi questo racconto è un atto dovuto: significa riconoscere alle donne il ruolo che hanno effettivamente svolto.

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