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Cambiare le parole per cambiare il mondo

Oltre il 30% delle donne italiane ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Una statistica che torna al centro dell'attenzione ogni 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Ma nel dibattito pubblico passa spesso inosservato un aspetto determinante: la violenza linguistica. Nelle parole si nasconde uno degli strumenti più subdoli dell'oppressione di genere, capace di normalizzare stereotipi e giustificare abusi.

Nelle parole si annida una micro-violenza costante, che plasma consuetudini, relazioni e ruoli sociali. I media, i social network, le conversazioni quotidiane sono intrisi di termini, narrazioni e meme che normalizzano pregiudizi, minimizzano i vissuti femminili, relegano la donna ai margini o la dipingono come «vittima perfetta» o «colpevole della propria sorte».

Basti pensare all'uso delle parole nei titoli di cronaca: «Delitto passionale», «raptus di gelosia», «lei aveva provocato». Espressioni che spostano la responsabilità dall'aggressore al contesto o, peggio ancora, alla vittima stessa, rafforzando stereotipi che faticano a morire. Questa scelta linguistica contribuisce a una percezione distorta della violenza di genere: la banalizza, la privatizza e la perpetua.

Non solo i giornali - ogni giorno sui social, nelle chat, nei commenti sotto le notizie, si moltiplicano le frasi che sminuiscono, deridono, ironizzano sulle battaglie delle donne: «Esagerate», «Non si può più dire nulla», «Anche gli uomini subiscono». Queste parole, magari accompagnate da emoji o da un tono apparentemente scherzoso, rappresentano una micro-aggressione costante: corrosiva, sommersa, difficile da contestare perché camuffata da ironia o da presunta libertà di opinione.

Eppure il linguaggio possiede anche un potenziale straordinario di rottura e cambiamento. Non è un caso che molte campagne sociali abbiano scelto come campo di battaglia proprio la revisione linguistica: dal rispetto della desinenza di genere nei titoli professionali alla denuncia pubblica di hate speech e linguaggio sessista, fino alla promozione di narrazioni che restituiscono agency e complessità alle donne protagoniste.

Quando i media scelgono di raccontare la storia di una donna non come «vittima», ma come persona con un nome, una storia, in tutta la sua complessità, la percezione cambia radicalmente. Anche quando le aziende adottano policy interne contro i linguaggi tossici e promuovono comunicazione inclusiva, il clima lavorativo diventa più sicuro e aperto.

Il 25 novembre non può essere solo un giorno di denuncia. È anche l'occasione per interrogarsi sulle parole che scegliamo ogni giorno.  Solo così potremo immaginare e costruire una società dove la vera libertà passa anche da ciò che raccontiamo, dal linguaggio che decidiamo di adottare e da quanto siamo disposti a cambiare, a partire dalle parole.

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