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Un tempo scrivere codice era "roba da donne"

Da ex founder di una startup tech, oggi osservatrice curiosa che non ha mai smesso di studiare le nuove tecnologie, spesso ho l’impressione che mentre cerchiamo di capire come addestrare gli algoritmi, dimenticando che la storia della tecnologia non è fatta solo di codice, ma di chi quel codice lo ha scritto per primo.

Entrando in una qualsiasi facoltà di Ingegneria o Scienze Informatiche, è difficile immaginare che la programmazione sia nata con una forte impronta femminile. Siamo abituati a pensare che l’informatica sia, per sua natura, un ambito maschile, ma la storia ci racconta il contrario.

Negli anni ’50 e ’60, l'hardware era il vero muscolo della tecnologia: pesante, costoso, ingombrante e relegato a un settore tradizionalmente dominato dagli uomini. All’opposto, il software veniva ridotto a mansione amministrativa, considerata alla stregua di un lavoro di segreteria.

Le aziende assumevano donne perché la programmazione richiedeva pazienza, attenzione ai dettagli e una precisione millimetrica che la società dell'epoca catalogava come virtù tipicamente femminili. Questa percezione è cristallizzata in un celebre articolo di Cosmopolitan del 1967, intitolato "The Computer Girls". La programmazione veniva descritta come un'attività paragonabile alla pianificazione di una cena: un compito domestico complesso che richiedeva di prevedere ogni variabile affinché tutto fosse pronto al momento giusto.

Poiché si pensava che scrivere codice fosse poco più di un’estensione meccanica della dattilografia, il compito veniva affidato alle donne, mentre gli uomini si riservavano il “nobile” lavoro dell’ingegneria dei circuiti. Dentro quella narrazione c’è però anche la storia di Grace Hopper, Ammiraglio della Marina USA e pioniera dell’informatica. 

Mentre i suoi colleghi erano convinti che programmare dovesse rimanere un esercizio di puro codice binario — sequenze di zeri e uno comprensibili solo alle macchine — Hopper ebbe l'intuizione che avrebbe cambiato il mondo: permettere agli esseri umani di scrivere programmi in inglese, lasciando che fosse il computer a tradurli. Questa visione portò nel 1952 all'invenzione dell'A-0, il primo compilatore della storia, e successivamente alla nascita del COBOL, il linguaggio per eccellenza delle applicazioni commerciali.

L’eredità di Hopper passa anche da un aneddoto diventato leggenda: è lei ad aver portato nel linguaggio comune la parola «bug». Un giorno, sul Mark II, trovò una falena finita tra i circuiti: la rimosse, la incollò sul diario di bordo e annotò l’episodio. Letteralmente: «un nsetto» nel sistema».

A decenni di distanza parlano per lei i compilatori che ha contribuito a sviluppare e il COBOL, ancora presente in molte infrastrutture bancarie. Ricordare Grace Hopper oggi serve anche a questo: riportare la storia dell’informatica fuori da una narrazione troppo spesso solo maschile.

Il passaggio da un settore inizialmente molto femminile a una roccaforte maschile non è per niente un caso; quando il software ha smesso di essere considerato un supporto secondario ed è diventato una leva centrale del potere economico, l’informatica ha iniziato a cambiare pelle: sempre più uomini, sempre meno donne.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 la professione ha guadagnato prestigio e, di pari passo, si sono alzate le barriere d’ingresso. Le aziende hanno iniziato a introdurre test attitudinali che alimentavano il mito del programmatore come genio solitario, refrattario alle relazioni. Un modello che, in pratica, rendeva l’ambiente più ostile alle donne, perché si scontrava con le aspettative sociali che allora venivano loro attribuite.

Il colpo di grazia definitivo arrivò negli anni '80, quando il marketing ha trasformato il personal computer in un oggetto per soli uomini. Pubblicizzando macchine come l'Apple II o il Commodore 64 esclusivamente come "giocattoli per ragazzi", le famiglie venivano spinte ad acquistarli esclusivamente per i figli maschi. Così il divario di competenze ha precluso il settore alle ragazze fin da giovanissime.

L'11 febbraio, giornata ONU dedicata alle donne e alle ragazze nella scienza - non facciamo di questo giorno semplice memoria, ma una riappropriazione della narrazione. Perché se il talento per la programmazione non ha genere, la storia che ci hanno raccontato sì.

Smettiamo perciò di cercare di capire «come portare le donne nel tech», come se fossero estranee al settore; dovremmo ricordare piuttosto che un tempo le «computer girls» erano la norma, non l'eccezione.

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