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Immagine di copertina per Thinking Outside the Model, ovvero la mia giornata tra chirurghi, bio-ingegneri e un paio di “parolacce” epistemologiche

Thinking Outside the Model, ovvero la mia giornata tra chirurghi, bio-ingegneri e un paio di “parolacce” epistemologiche

La settimana scorsa sono stata invitata come relatrice al 36° Congresso di chirurgia dell’apparato digerente a Roma, uno dei più importanti del settore sanitario: decine di migliaia di partecipanti tra chirurghi, internisti, infermieri, ingegneri e bio-ingegneri.

Questa volta non mi era richiesto un intervento tecnico e pratico sulla comunicazione, bensì qualcosa di “un po’ più meta”. Il titolo era “Thinking Outside the Model - Decisione clinica, tecnologie innovative e complessità umana”. “Vasto programma!” mi sono detta. e tanti temi! Così, come in un firmamento di stelle, mi sono limitata a unire qualche puntino: poi ciascuno avrebbe scelto quali costellazioni seguire per orientarsi nella navigazione verso l’eccellenza.

Ero appena rientrata dal Web Summit di Lisbona, il principale evento globale su startup, AI e innovazione, dove mi aveva colpita la quantità di startup in ambito sanitario e comunque, in generale, sembra sia in corso una radicale riscrittura del settore: telemedicina, robotica, self-care automatizzato.

Ed è per questo che la domanda che mi fanno sempre è arrivata puntuale anche lì: «Le macchine ci sostituiranno?» Domanda affascinante! Mal posta, ma interessante perché ci porta a riflettere sulla natura delle attività svolte dai presenti a quel congresso. e così ho attirato la loro attenzione su quanto il loro lavoro sia diverso da quello di un meccanico che aggiusta un’automobile. È infinitamente più complesso: nella decisione, nella relazione, nell’intenzione.

Da quando i primi modelli di OpenAI hanno catalizzato il dibattito globale, ho partecipato a decine di conferenze. Ovunque le stesse preoccupazioni: l’AI passerà il test di Turing? E supererà l’intelligenza umana? Sin dall’inizio ho sostenuto — prima che diventasse comune dirlo — che il pericolo dell’AI fosse sopravvalutato, mentre sottovalutiamo un fenomeno più insidioso: la tendenza culturale a pensare noi stessi come macchine. E perdipiù macchine un po’ difettate, dato che abbiamo quelle cose lì: emozioni, corpi, soggettività. Le tecnologie sono straordinarie: modellizzano, simulano, ottimizzano.

Ma una mappa non è il territorio. Un modello non è la realtà. I dati non sono il significato. Il rischio non è usare gli strumenti; è credere che ciò che catturano sia tutto ciò che esiste. O, peggio, che ciò che non catturano non esista affatto. E noi umani, come decidiamo davvero? Qui la platea si è fatta silenziosa. Ho parlato dei due emisferi, della loro diversa qualità di attenzione: sinistro per i dettagli, destro per il contesto. Due modi opposti di generare realtà, una frammentata e utilitaristica, l’altra dinamica e ricca di significato. La nostra cultura ha privilegiato la valorizzazione delle caratteristiche del primo. Ma gli studi dimostrano che il contributo del destro all’intelligenza è enorme e che qualsiasi cosa sia cheil QI misuri, essa dipende più dal destro che dal sinistro. E poi Damasio, con L’errore di Cartesio ha ben argomentato che l’emozione non interferisce con la ragione, la rende possibile. Quando l’elaborazione aƯettiva si riduce, la capacità di decisione collassa. Non è che l’emozione interferisca con la ragione: è l’emozione che rende possibile ragionare.

E mi sono rivolta a proosi, in particolare, è caratterizzato da altissima suggestionabilità: la persgrammatori e utilizzatori delle nuove tecnologie dichiarando che escludere l’affettività non rende i modelli neutrali, li mutila.

Qui ho avvisato la platea che stavo per utilizzare parole che avrebbero potuto scandalizzare qualcuno. Considerato il contesto – di innovazione – mi sono fatta coraggio e ho usato le, tra virgolette “parolacce” conscio e inconscio. Non esistono nella carne — i chirurghi non li hanno mai trovati in una pancia aperta — ma sono leve linguistico-cognitive potentissime. Ho spiegato come si possano utilizzare come leva per spostare l’attenzione, il focus, e ottenere i risultati desiderati, che nell’ambito in cui parlavo sono, l’adesione di colleghi e collaboratori, la compliance del paziente e persino dei veri e propri effetti fisiologici. Seppure siano semplici costrutti linguistici imposti da noi sul flusso dell’esperienza, è dalla coordinazione di queste due logiche distinte, dalla collisione di queste due entità, che emergono, anche solo temporaneamente, creatività, intuizione, stati di congruenza: ciò che chiamiamo carisma, presenza, leadership autentica.

Inoltre, ho ricordato ai presenti quanto siamo tutti suggestionabili in momenti in cui siamo emotivamente scossi. Ad esempio, potreste non ricordare cosa avete mangiato, che so, 24 giorni fa. Ma se vi chiedessi dov’eravate 24 anni fa, e più precisamente l’undici settembre duemilauno, probabilmente sapreste rispondere. E ho chiarito che nulla genera emozioni forti come la malattia. Il momento della prognosi non è semplicemente vulnerabile, è in uno stato emotivo alterato, è, tecnicamente, in una specie di trance. Ciò che viene detto in seguito ha molto spesso tutte le caratteristiche di un’induzione ipnotica.Ho ricordato alla sala una cosa che sappiamo tutti, ma che spesso non trattiamo con la giusta serietà e cioè che il linguaggio è una tecnologia fisiologica potentissima.

Se descrivo con dovizia di dettagli sensoriali un leone, , non un’icona generica, ma un maschio adulto che avanza, lento, nella vostra direzione, l’amigdala si attiva. Non perché ci sia davvero un predatore che vi si avvicina, ma perché il solo concetto, quando la rappresentazione è specifica e vivida, mette in moto circuiti di sopravvivenza antichi quanto il midollo allungato. Se poi mostro l’immagine di un limone e scandisco la scena: la buccia carnosa che cede sotto il coltello, la polpa lucida che si apre, il profumo che si sprigiona, le gocce di succo che cadono sulla lingua... evoco una risposta parasimpatica misurabile. Le ghiandole salivari si mettono al lavoro e l’ascoltatore, quasi sempre, deglutisce una sostanza acida che non esiste, se non nell’evocazione dell’immagine.

E, per rendere evidente la portata del fenomeno, ho evocato il ricordo comune ai più degli effetti, anche solo al telefono, della voce sensuale e di parole particolari pronunciate dalla persona amata: pura regolazione neurochimica. L’eccitazione sessuale è un fenomeno neurofisiologico potentissimo, non possiamo far finta di non sapere e ignorare quanto sia lampante, quanto siano profonde le connessioni tra parola, percezione, sistema nervoso e corpo.

A quel punto ho chiesto alla platea quante ore della loro formazione siano state dedicate allacomunicazione verbale, para- e non verbale? Alla modulazione del significato? Alla fisiologiadi placebo e nocebo? Perché l’effetto placebo non è magia e non è nemmeno un trucco psicologico: è l’attivazione intenzionale di sistemi endogeni di analgesia e riparazione. Sapere usare questo effetto intenzionalmente è uno strumento molto prezioso. Il nocebo, allo stesso modo, è una cascata neuroendocrina che possiamo innescare con una sola frase mal costruita ed è evidente l’importanza di essere consapevoli dell’autorità delle parole che i medici e infermieri utilizzano coi pazienti. Ho anche avvertito che molti corsi di soft skills trattano la comunicazione come si insegnerebbe ad andare in bici spiegando la formula di Newton o facendo finta di pedalare su un tappetino da palestra. Le soft skills sono come l’equilibrio per la bici: non si imparano per ricetta ne’ per simulazione: si risvegliano con altri metodi. Ho chiuso ricordando che siamo la sola specie senza predatori, e l’unica che determina il proprio ambiente.

Con l’intelligenza artificiale possiamo introdurre più automazione, più algoritmi, più robotica. Tutto utilissimo, ma nessuna innovazione sostituirà la percezione sofisticata, l’intenzione che guida la decisione, il linguaggio che modula fiducia, adesione, fisiologia. A meno che non decidiamo di abdicare al nostro ruolo.

Ho concluso come avevo iniziato: unendo puntini luminosi, invitando ciascuno a trovare la propria stella polare.

E mentre lasciavo il microfono, c’è stato un applauso lungo, caldo, molto più intenso di quanto mi aspettassi. Non per me — ne sono convinta — quanto per ciò che quelle reazioni rivelavano: nel mondo della sanità c’è un enorme bisogno di rivedere l’intero panorama che si sta trasformando a una velocità quasi brutale e geologica per gli standard clinici.

Serve una nuova alfabetizzazione della complessità, una nuova consapevolezza del ruolo del linguaggio, della relazione, dell’intenzione. Un ritorno, paradossalmente, all’umano proprio nel momento in cui la tecnologia promette di fare tutto al posto nostro.

Forse la platea aveva applaudito proprio la possibilità concreta di un futuro in cui innovazione e umanità non competono ma si coordinano. Come i due emisferi, come le due logiche di conscio e inconscio, come i puntini di quelle costellazioni che ciascuno, uscendo dalla sala, potrà finalmente cominciare a riconnettere.

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