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Smart toys: quando il peluche conosce tuo figlio meglio di te (e se lo ricorda per sempre)

"Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa o nella sua corrispondenza..."

Recita così l'Articolo 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 che celebriamo oggi, nella Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Una ricorrenza che dovrebbe celebrare l'inviolabilità della persona, ma mentre sulla carta difendiamo la privacy come principio sacro, nella pratica portiamo nelle camerette dispositivi che iniziano a erodere quelle tutele fondamentali fin dai primi anni di vita.

Dicembre è tradizionalmente il mese delle luci, delle liste dei desideri e delle corse all’ultimo regalo. Passeggiando tra le corsie dei negozi o scorrendo le vetrine infinite degli store online, non possiamo fare a meno di notare che la natura stessa del giocattolo è cambiata radicalmente. Quello che un tempo era un oggetto destinato a prendere vita attraverso alla fantasia del bambino, si è trasformato in un terminale attivo e perennemente connesso, inaugurando l'era della "datafication" dell'infanzia.

Il giocattolo sempre connesso (smart toy) diventa così il primo strumento di profilazione di massa, che di fatto crea un "gemello digitale" del minore, che crescerà con lui, alimentando database di marketing e profilazione, ben prima che il bambino abbia l'età anagrafica per possedere uno smartphone o per iscriversi a un social network. A confermare che l'obiettivo si è spostato dall'intrattenimento puro all'acquisizione del dato, i report Privacy Not Included e Trouble in Toyland 2025 evidenziano una realtà industriale chiara: le aziende stanno acquisendo modelli comportamentali complessi.

Quando un peluche interattivo ascolta la voce di un bambino per rispondere coerentemente grazie all'IA, o quando un robot educativo memorizza le routine quotidiane di gioco e i tempi di apprendimento, non sta solo eseguendo un comando tecnico. Sta compilando un dossier. I sensori registrano i tempi di reazione, le preferenze lessicali, le variazioni emotive della voce e la frequenza di utilizzo. Questi dati, una volta aggregati, non servono solo a far funzionare meglio il giocattolo oggi, quanto a definire con precisione chirurgica il profilo del consumatore di domani. La cameretta, un tempo rifugio privato e inaccessibile, diventa una miniera di dati per l'addestramento degli algoritmi commerciali.

La conferma che questa raccolta di informazioni sia spesso ingiustificata rispetto alle reali necessità ludiche, arriva dal mondo accademico. Uno studio condotto dall'Università di Basilea ha analizzato in laboratorio dodici tipologie di smart toys attualmente diffuse sul mercato europeo, smontando non solo la scocca fisica, ma anche i flussi di dati. I ricercatori hanno evidenziato come molte delle applicazioni necessarie per gestire questi giochi richiedano permessi invasivi e non necessari, come la geolocalizzazione o l'accesso alla memoria del telefono dei genitori. In un'ottica di profilazione a lungo termine, sapere dove vive esattamente un bambino, con chi interagisce e in quali fasce orarie è attivo, permette di incrociare i dati del mondo fisico con quelli digitali. Si crea così un quadro socio-economico della famiglia estremamente dettagliato, aggirando di fatto lo spirito di minimizzazione dei dati imposto dal GDPR.

Tra i nuovi arrivi sugli scaffali c’è anche Poe l’Orso Peluche Racconta Storie, distribuito da Giochi Preziosi. Si tratta di un peluche che utilizza l’IA generativa per creare favole personalizzate, appoggiandosi all’app Plai Ai Story Creator e a un’infrastruttura cloud per l’elaborazione del linguaggio. Secondo quanto dichiarato dal produttore nelle FAQ di supporto, i dati non vengono venduti e le informazioni inserite nell’app servono unicamente a personalizzare la storia. Resta il fatto che questo scambio continuo di input abitua il bambino all’idea che l’accesso all’intrattenimento passi attraverso la cessione della propria privacy, L'intrattenimento non è mai gratuito, né mai veramente privato. Richiede sempre una transazione, una cessione di informazioni personali o biometriche in cambio del servizio.

Anche le icone del passato cambiano pelle: il Tamagotchi Uni di Bandai, erede dell’ovetto anni ’90, oggi si connette al Wi‑Fi per entrare nel Tamaverse, metaverso proprietario dove si incrociano personaggi, oggetti virtuali ed eventi globali. Quel che era un circuito chiuso sul piccolo display diventa così un nodo di rete, aggiornato da remoto e immerso in uno scambio continuo di dati, che richiede ai genitori molta più attenzione e competenza digitale.

Le app proprietarie che gestiscono gli smart toys, come ricordano anche le schede informative del Garante, tendono spesso a richiedere permessi estesi – per esempio accesso a microfono, memoria del dispositivo o geolocalizzazione – non sempre proporzionati alle effettive esigenze di funzionamento del gioco.​

Il quadro è ancora più preoccupante nel segmento low cost, popolato da robot interattivi che replicano funzioni e design dei modelli di punta (come i cani robot tipo Dog‑E), che vengono venduti in massa su piattaforme e-commerce. In questo segmento, il rischio privacy si intreccia con l’opacità di produttori extra‑Ue e informative spesso difficili da ricostruire.

Se i grandi produttori devono quantomeno rispondere alle autorità di controllo europee, questa miriade di dispositivi senza marchio riversa i dati su server spesso collocati fuori dallo Spazio Economico Europeo. È qui che l'aseptto tecnico diventa un problema di diritti civili futuri. Il "Diritto all'Oblio" (diritto alla cancellazione), sancito dal GDPR per permettere ai cittadini di cancellare le proprie tracce digitali, diventa tecnicamente inapplicabile se i dati biometrici (come la voce) o comportamentali sono dispersi in server asiatici o americani gestiti da società opache. Il rischio concreto è che frammenti dell'identità digitale del bambino rimangano archiviati per decenni, impossibili da eliminare.

Regalare uno smart toy oggi significa, spesso inconsapevolmente, tracciare il primo solco nell'impronta digitale di un bambino. Un profilo che purtroppo viene plasmato da algoritmi commerciali e custodito in archivi esterni, di cui il legittimo proprietario non possiede le chiavi.

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