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Salute mentale 4.0: il supporto diventa digitale, ma l’ascolto resta umano

La scena è sempre più comune: un telefono, una notifica, la schermata che invita a prendersi cura di sé. In Europa, e in Italia in particolare, la salute mentale sta trovando nuove strade anche attraverso lo schermo. L’offerta di app di supporto psicologico, mindfulness e self-care cresce ogni giorno. Headspace, Calm, Serenis: diventano parole familiari, in risposta a una ricerca collettiva di equilibrio.

Secondo il report "State of Mobile: Health & Fitness" di Sensor Tower, nel 2024 i download globali di app di salute e fitness hanno registrato 3,6 miliardi di download su iOS e Google Play, con una crescita del 6% rispetto all'anno precedente. Un numero che racconta quanto il bisogno di ascolto, ma anche di autonomia, stia plasmando nuove routine e nuovi rituali quotidiani.

Il digitale come primo rifugio emotivo

Se si guarda solo ai numeri, la fotografia sembra chiara: abbiamo scelto di affidarci al digitale per trovare almeno un primo argine all'ansia, allo stress, all'incertezza. Secondo un'indagine di Altroconsumo, il 63% dei giovani sotto i 27 anni in Italia ha utilizzato l'intelligenza artificiale per ricevere supporto in un momento di difficoltà emotiva. Eppure, dietro ogni click si aprono scenari meno lineari.

Le app possono essere un inizio: un questionario, una voce registrata che accompagna una meditazione, piccoli esercizi guidati. C’è chi li vive come un ponte verso un percorso futuro e chi, al contrario, li percepisce come uno strumento occasionale e temporaneo. Il digitale arriva dove spesso la solitudine sociale, la mancanza di tempo, di fiducia o di strumenti rende difficile cercare aiuto attraverso i canali tradizionali. È anche vero che la relazione umana è centrale nella cultura europea, dove la cura nasce spesso dal confronto, dallo sguardo, dall’empatia costruita nel tempo. La tecnologia, se da un lato democratizza, dall’altro rischia di standardizzare e rendere impersonale il bisogno di ascolto.

Privacy, trasparenza e il rischio del fai-da-te digitale

Un'altra domanda essenziale riguarda la privacy. La sensibilità con cui in Europa vengono tutelati i dati personali e sanitari, soprattutto quelli relativi a emozioni, confessioni intime e stati d'animo, è ben documentata nella letteratura di settore (Oxford Academic, 2023). Gli utenti si aspettano trasparenza e sicurezza. Senza adeguate tutele, l'uso di algoritmi e la raccolta automatica di dati alimentano sospetti e minacciano di escludere proprio chi le app dovrebbero portare aiuto.

Un rischio evidenziato dagli esperti, come rilevato nella review pubblicata su Frontiers in Digital Health e nelle raccomandazioni pratiche dell'European Psychiatric Association, è l'effetto "fai-da-te digitale": la tentazione di pensare che bastino una chat o un reminder di respirazione per sciogliere problemi profondi, che spesso richiedono invece relazioni stabili e percorsi integrati. In parallelo, alcune istituzioni italiane cominciano a muoversi verso la valutazione e la certificazione delle app di auto-aiuto, come ha già iniziato a fare l’Istituto Superiore di Sanità. Diverse regioni stanno sviluppando modelli di verifica per supportare scelte più consapevoli da parte degli utenti.

La questione resta complessa. C’è chi trova sostegno in un bot amichevole, chi riscopre il valore di un esercizio di mindfulness durante una pausa dal lavoro, chi vede nel digitale solo una tappa verso un vero incontro con un terapeuta, con una comunità, con se stesso. Non ci sono ricette universali o gerarchie tra mezzi e fini. Esiste però una responsabilità condivisa: osservare, interrogarsi, pretendere sempre trasparenza e umanità, dentro e fuori lo schermo.

Forse il futuro della salute mentale digitale non sta solo in una nuova app, ma nella capacità di domandarsi ogni giorno quale ascolto serve davvero, e sopratutto a chi.

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