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La Giornata Mondiale del Sonno tra Navy Seals, Silicon Valley e... il cuscino

 "Hai mangiato?".

È la domanda della mamma italiana quando siamo lontani da casa, al telefono o sulla soglia del ritorno. Un mantra che sottintende una preoccupazione quasi metafisica per i nostri livelli di glucosio, specialmente quando siamo in viaggio. Eppure, raramente siamo stati accolti al ritorno da un viaggio all’estero con un altrettanto sollecito: "Hai dormito?". Sembra che, nella nostra gerarchia dei bisogni, il piatto di pasta batta il cuscino dieci a zero. Un errore di valutazione grossolano: il sonno non è un lusso opzionale, ma il reparto di manutenzione straordinaria del nostro intero essere. È il pilastro su cui poggiano rigenerazione cellulare, metabolismo e salute del cuore. Senza un adeguato riposo, il nostro sofisticato ecosistema biologico perde la sua integrità funzionale. 

 Come Coach e Advisor nella Silicon Valley, ho assistito all'ascesa delle capsule per il "power nap" già vent’anni fa. In quel contesto, implementavo per leader e C-Suite Executives un protocollo di autoapplicazione basato su pattern specifici: un esercizio di 15-20 minuti capace di generare un recupero cognitivo percepito comparabile a un paio di ore di sonno profondo, una sorta di "hacking" del riposo.

 La saggezza popolare lo aveva intuito da millenni: dalla siesta sudamericana allo “Inemuri” giapponese, l'arte di dormire restando presenti, fino alla pausa pranzo dell’Italia industriale, dove dieci minuti postprandiali tra le braccia di Morfeo erano il segreto per guadagnare lucidità e anni di vita. Poi, però, sono arrivati gli anni '80 e poi l’epoca dell'efficientismo che ha imposto il toast davanti al monitor. Restare in ufficio fino a tardi è diventato un distintivo d’onore, portando a tragedie come quella di Moritz Erhardt, lo stagista morto a Londra nel 2013 dopo 72 ore di lavoro ininterrotto. I pericoli di quell'estremo confine sono ritratti magistralmente da Christian Bale nel film L'uomo senza sonno, dove la mancanza di riposo frammenta la realtà in paranoia. 

 Oggi viviamo una pandemia silenziosa che secondo la World Sleep Society vede i disturbi del sonno minacciare la salute del 45% della popolazione mondiale. Siamo diventati talmente incapaci di ascoltare il corpo da dover interrogare uno smartwatch o un anello intelligente per sapere come abbiamo dormito. Questi dispositivi monitorano ossessivamente le fasi: il profondo, essenziale per il recupero fisico, e la fase REM, quella dei sogni, quando riprocessiamo la realtà in modo metaforico e metabolizziamo il necessario per sopravvivere e per progredire. La scienza più recente ci dice che proprio di notte attiviamo una sorta di "lavaggio" del cervello – il sistema glinfatico - che elimina le tossine, rendendo il sonno la nostra prima assicurazione contro le malattie neurodegenerative. Eppure, il riposo di qualità sta diventando un’ingiusta forma di privilegio, eroso dallo stress e dall'inquinamento luminoso. 

 Ai miei corsi, quando trattiamo di comunicazione non verbale e intra-personale, sottolineo che la chiave non è nel leggere i dati forniti da una app, bensì nella capacità di 'ascoltare' i segnali del corpo e di riprendere la guida dei nostri stati emotivi, il telecomando delle nostre emozioni. Esistono esercizi di respirazione quadrata - il celebre box breathing usato dai Navy SEALs e dai CEO più performanti - o tecniche di consapevolezza cinestesica che agiscono direttamente sul sistema nervoso autonomo. Questi esercizi facilitano l'addormentamento e migliorano la qualità delle fasi profonde, che la chimica dei farmaci spesso altera. Quindi, nella Giornata Mondiale del Sonno, dopo aver onorato la tavola - e aver attivato la migliore digestione con una saggia passeggiata invece di collassare davanti alla luce blu di qualche schermo - proviamo a rientrare in contatto con noi stessi. La soluzione non è in una nuova app, bensì in un antico atto di resa consapevole. Spegniamo le notifiche, sintonizziamo il battito oppure, se ci funziona, torniamo pure a contare le care e vecchie pecore. In fondo, la mamma voleva solo che fossimo in forze. E …buonanotte e sogni d’oro!

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