Scrivo queste riflessioni all’indomani della Conferenza annuale internazionale dell'ODS –Optimization and Decision Science. l'evento si è tenuto qualche giorno fa, e hanno partecipato soprattutto accademici e dottorandi provenienti da tutto il mondo per confrontarsi sulle nuove applicazioni di modelli e algoritmi per industrie, enti, strutture ospedaliere e in generale per ogni organizzazione in cui siano necessari strumenti decisionali rapidi ed efficaci.
Ho accettato con piacere l'invito ad intervenire alla Conferenza che si è tenuta presso Casa Cardinal Ildebrando Schuster, una location prestigiosa vicino all’Università degli Studi di Milano –quella in cui mi laureai nello scorso millennio – e che ancora oggi suscita in me forti emozioni. Io non sono una matematica (anche se da giovane avrei potuto desiderare di intraprendere quel cammino), né un'ingegnere, bensì un C-Suite Coach Advisor.
Di che cosa parlare, dunque, in un contesto simile? Il gentile e coraggioso invito mi è stato rivolto su iniziativa del Prof. Giovanni Righini, Chair del Convegno e illuminato professore di Ricerca Operativa, che ha voluto conferire un’aura di interdisciplinarità e aggiungere qualche riflessione umanistica alla scienza delle decisioni, attribuendomi il titolo del mio intervento: Reasoning, Rewired: Human Mind and the Art of Decision (più o meno: “Ragionamento Ripensato: La MenteUmana e l’Arte della Decisione”).
Quando ho preso la parola al Convegno, ho voluto innanzitutto esprimere il mio apprezzamento per lo spirito interdisciplinare, che considero essenziale per ogni conquista significativa. La storia ce lo insegna: Noam Chomsky, padre della grammatica trasformazionale, fu profondamente influenzato dall’idea della macchina di Turing; Blaise Pascal fu al tempo stesso matematico e filosofo; e siamo a Milano, la città in cui Leonardo da Vinci dipingeva il Cenacolo mentre progettava ingegnosi sistemi idraulici.
È nelle connessioni inaspettate che si accendono le intuizioni più potenti. Ho conosciuto il Prof. Giovanni Righini ad un’altra conferenza sulla scienza delle decisioni qualche anno fa, proprio nel momento in cui veniva rilasciato ChatGPT. In quell’occasione, quando molti erano in preda al timore che le macchine stessero per passare il test di Turing e sorpassare l’intelligenza umana, sostenni – forse in anticipo sui tempi – che la vera sfida fosse non tanto la paura che le macchine superino gli esseri umani, quanto il rischio che un pensiero meccanico, “automatizzato”, si insinui nelle nostre vite quotidiane, appiattendone la complessità. Tendiamo spesso a considerare noi stessi come macchine, perdipiù imperfette, rallentate o “zavorrate” da emozioni, corpi e soggettività.
Fin da piccoli veniamo educati “dalla vita in su”, concentrandoci quasi esclusivamente sulla nostra testa, fino a vivere interamente lassù, nella testa e – aggiungerei leggermente da un lato, impoverendo le nostre potenzialità proprio a causa di questo disallineamento. La sfida del nostro tempo non è tanto l’ascesa delle macchine, quanto piuttosto l’eclissi della nostra complessità. I sistemi artificiali sono straordinari: ci aiutano a modellare, simulare, ottimizzare.
Ma un modello non è la realtà, una mappa non è il territorio, e i dati – per quanto potenti – non sono significato. Confondere la mappa con il territorio, scambiare il simbolo con la cosa rappresentata, l’ontologia – come le cose sono – con la gnoseologia – come conosciamo le cose – è il grosso rischio di questi tempi. Rischiamo di essere come il ragazzo della storiella, che cercava le chiavi sotto il lampione, senza trovarle. Alla domanda del passante che voleva aiutarlo: “Sei sicuro di averle perse qui?” il ragazzo rispose “no, le ho perse laggiù”. “E perché le cerchi qui, allora?” chiese il passante. E il ragazzo: “Perché qui sotto il lampione c’è più luce”.
Dove mettiamo l’attenzione è cruciale. Nei miei interventi e nella mia professione do per acquisita la competenza tecnica; il mio lavoro consiste nell’attivare coerenza: allineare emisfero destro ed emisfero sinistro, conscio e inconscio, corpo e mente. Decisioni davvero efficaci non nascono soltanto dalla logica, ma da un'insieme di risonanza, prontezza e congruenza interiore.La scienza conferma che il cervello, pur essendo un'organo unico, funziona con due emisferi dotati di modalità di attenzione diverse. Non è vero che uno “si occupa” della ragione e del linguaggio e l’altro di immagini ed emozioni: entrambi partecipano a tutte le funzioni, ma in modo differente. L’emisfero sinistro tende a controllare, analizzare, manipolare i dettagli; quello destro mantiene un’attenzione più ampia, contestuale e relazionale.
Due visioni del mondo diverse: una frammentata e utilitaristica, l’altra interconnessa e ricca di significato.La nostra cultura ha privilegiato il lato sinistro, senza diventare per questo più intelligente. Studi come quello di Barbey (2013) mostrano che il danno all’emisfero destro riduce maggiormente il quoziente intellettivo rispetto al sinistro. Non solo: esperimenti sul cervello “diviso” evidenziano che l’emisfero sinistro isolato tende a confabulare, a inventare spiegazioni per ciò che non può comprendere.
E le ricerche di Antonio Damasio dimostrano che quando l’elaborazione emotiva è compromessa, anche la decisione razionale crolla: il ruolo che le emozioni giocano sulla ragione non è di interferire o “disturbarla”, ma di renderla possibile. Per questo, quando costruiamo modelli che simulano il processo decisionale umano, escludere le componenti affettive non li rende “neutrali”: li mutila. La decisione umana non è soltanto analisi di dati e riconoscimento di pattern; è plasmata da intenzione e percezione.
E percepire non è ricevere passivamente: è costruire attivamente la realtà, filtrandola e modificandola prima di tutto attraverso le percezioni sensoriali, poi con il linguaggio, ed infine tramite la memoria, l’esperienza.Uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro è aiutare le persone – soprattutto leader – a coordinare le diverse “logiche” del conscio e dell’inconscio. Non si tratta di integrarli come se fossero due pezzi di un puzzle, ma di metterli in dialogo.
È nella collisione di queste logiche incommensurabili che nasce la creatività, ciò che chiamiamo presenza, carisma, stati di “grazia”: momenti in cui decisioni e azioni fluiscono con chiarezza ed efficacia. Viviamo in un’epoca sbilanciata, che premia velocità più che profondità, output più che saggezza, simulazione più che presenza. Per questo diventa vitale reintrodurre complessità, ambiguità, emozione, ritmo e persino silenzio nei nostri modelli di pensiero e di azione. Fortunatamente, molti ambiti scientifici stanno già cambiando rotta: neuroscienze, biologia, linguistica, fisica si stanno spostando dal frammento al contesto, dalla cellula isolata al fluido in cui essa scorre, dalle particelle alle relazioni tra particelle. Il pensiero sistemico non sostituisce i dati: li tiene vivi, li reinserisce nella rete delle connessioni.
I grandi risultati – in scienza come in leadership – non derivano solo dalle competenze tecniche, ma dall’allineamento di corpo e mente, percezione e ragione, emisfero destro ed emisfero sinistro. Solo così possiamo esprimere appieno il nostro potenziale, come hanno fatto Leonardo da Vinci o Blaise Pascal. Non tutto ciò che conta può essere contato, e non tutto ciò che è contato conta davvero.Perciò, mentre progettiamo algoritmi o modelli, ricordiamoci di ascoltare musica, di lasciare spazio all’intuizione, di coltivare ciò che ci rende umani. Solo se arricchiamo, apprezziamo, ottimizziamo – dalla radice latina optimus – la nostra natura umana, possiamo davvero essere ottimisti sul nostro futuro!
