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Innovazione per tutti o privilegio per pochi?

Mentre si celebra il mito di una tecnologia inarrestabile, che promette efficienza e straordinarie opportunità, il mondo procede a due velocità: chi accede corre e chi resta fuori arranca. 

I numeri dell’International Telecommunication Union parlano chiaro: oltre 2,6 miliardi di persone senza accesso stabile a Internet. La rivoluzione non è per tutti: scuola, salute e persino lavoro spesso restano privilegi di chi possiede strumenti, connessione e quell’alfabetizzazione che l’OECD definisce “ancora troppo parziale”, soprattutto tra donne, anziani, territori. È il paradosso del progresso: mentre alcuni fanno coding in classe, altri non sono in grado di compilare un modulo online.

Eppure, le micro-mappe di innovazione solidale offrono qualche riscatto concreto. In Italia, WeWomEngineers porta le periferie dentro le STEM a colpi di mentoring e laboratori peer-to-peer. Un dato vale più di mille campagne: dopo il primo ciclo, il 67% delle partecipanti ha scelto o proseguito la strada tech.

In Brasile, la piattaforma Favela.org ha creato un ecosistema di scambio – dal lavoro all’assistenza sanitaria – via WhatsApp, aggirando infrastrutture carenti. Il progetto Recode forma gratis donne e giovani dove serve di più, e lo Stato tenta di fare la sua parte con politiche di inclusione digitale soprattutto nei territori più fragili.

Il vero salto, però, si gioca sulle competenze. Gli ultimi report OCSE sono chiari: nessun device è sufficiente, se manca il mix di formazione tecnica, soft skill e lavoro di squadra tra istituzioni, terzo settore e imprese. Il modello che resiste mette insieme ascolto reale, inclusione strutturale, possibilità di accesso anche per chi parte svantaggiato. Serve meno retorica e più prossimità. La scuola aperta dopo le 18, la biblioteca piena di vecchi e nuovi saperi digitali, il centro civico che insegna a tutti come si fa, davvero, a stare in rete. Innovare vuol dire contaminare, senza illusioni sui grandi annunci. Al contrario il rischio è che la retorica rimanga soltanto teoria, mentre nella quotidianità la differenza la farà chi saprà tenere insieme persone e tecnologia. Utopia? Forse. Ma ogni “storia di inclusione possibile” – raccontata, condivisa, replicata – cambia la traiettoria. E proprio per questo io continuo a interrogarmi, e a raccontare: perché nessuna scelta è davvero neutra, e ogni piccola scelta può spingere qualcuno fuori dal sentiero e qualcun altro a rientrare in cammino.

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