Dobbiamo partire da un presupposto. L’AI ormai è nell’olimpo dei temi pop. Tutti, costosamente, maldestramente e spesso segretamente, cercano di usarla. Il barista mi mostra come ha cambiato la testa del suo cane che fa pipì, mettendoci quella di Trump. Mia figlia invece la usa per cercare fenicotteri e idee per lavoretti di Carnevale. In pratica l’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana senza chiedere permesso.
Per questo genere di utenza, l’AI è diventata, in un tempo piccolo così il contesto entro cui muoversi, l’amica saccente sempre online. Non uno strumento ma una nuova stuttura ontologica dell’intrattenimento e dell’apprendimento e, venendo a noi, del mondo del lavoro. L’intelligenza artificiale non è più una promessa del futuro ma è il presente operativo.
Senza alcuna formazione però, rischiamo di diventarne cavie. La formazione e l’educazione servono, e serve pure l’ispirazione “umana”.
Se la usiamo senza formazione rischiamo di diventarne cavie. Serve educazione, serve metodo. E serve anche quell’ispirazione umana che non puoi delegare, perché riguarda le domande, non solo le risposte.
Un evento come questo costruito dallo storico team di Giorgio Taverniti e Cosmano Lombardo serve esattamente a questo. A mettere ordine e a dare linguaggio. A far capire cosa stiamo facendo davvero quando diciamo che stiamo “usando l’AI”.
Guardiamo i numeri. In Italia il mercato dell’IA nel 2024 ha vissuto un boom e ha toccato 1,2 miliardi di euro, con una crescita del 58 per cento. Eppure l’Italia resta ultima, tra otto Paesi europei, per adozione effettiva nelle grandi imprese. Insomma, corriamo con l’entusiasmo e spesso camminiamo con i processi.
Dentro questo chiaroscuro si inserisce appunto l’AI Festival di Milano, organizzato da Search On Media Group all' Università Bocconi, il 21 e il 22 gennaio 2026. Abbiamo seguito alcuni interventi che hanno sottolineato come l’integrazione dell’IA sia al centro dei processi aziendali e quotidiani. E hanno delineato le prospettive di questa tecnologia che sta diventando sempre più pervasiva.
In questa evoluzione il ruolo dei grandi player tecnologici è centrale. Al festival è emerso con chiarezza che non basta più possedere la tecnologia. Conta saperla guidare.
Monica Orsino di Microsoft lo ha detto in modo molto netto. “Gli agenti lavorano bene, se gli spieghiamo cosa fare, nel contesto”. E quella parola, contesto, vale tutto. Perché sposta l’attenzione dalla potenza di calcolo alla qualità delle istruzioni e dei confini. In pratica, alla responsabilità umana.
Massimo Chiriatti invece invita a un passo indietro. Definisce l’IA come una forma di “incoscienza artificiale” e aggiunge che “non siamo obbligati ad usarla in tutti i processi”. È un punto che mi sembra fondamentale perchè un uso costante, aumenta il rischio di antropomorfizzare le macchine e dimenticare che non possiedono comprensione critica. Hanno pattern, non giudizio.
Nei reel che abbiamo caricato sul nuovo canale Instagram potete ascoltare alcune delle speaker che abbiamo selezionato. E dalle loro parole si sente una direzione. Sembra proprio che nel 2026 entreremo nell’“Agentic Era”. L’IA non sarà più solo uno strumento per creare contenuti. Diventerà un agente capace di collaborare in modo proattivo e di prendere decisioni complesse, dentro cornici decise da noi.
Per le aziende italiane la sfida è chiara. Non si tratta solo di acquistare licenze per strumenti pronti all’uso, come ChatGPT o Microsoft Copilot, già adottati dal 53% delle grandi imprese. Si tratta di integrare davvero queste tecnologie per aumentare la produttività. Il 2024 ha mostrato che chi usa l’IA tende già a inserirla nei processi. Le PMI invece restano più indietro.
Il punto, alla fine, è semplice. Restare fermi significa perdere vantaggio competitivo. Non perché l’IA sia una moda. Ma perché è un motore di trasformazione che richiede visione, dati buoni e la capacità di agire nel contesto giusto e con etica.
