Un tempo, nell'immaginario collettivo, startup era sinonimo di garage: era l'idea che giovani menti brillanti con un'idea rivoluzionaria potessero spodestare i giganti del settore. Oggi, quel mito si scontra con una realtà molto più cinica. Molte startup promettenti non diventano mai la "prossima Google" o la "prossima Apple", e non per mancanza di talento, ma perché vengono assorbite dai colossi stessi prima ancora di poter minacciare il loro dominio. Questo fenomeno, noto come killer acquisitions, rappresenta una delle sfide più insidiose per la libera concorrenza e solleva una domanda scomoda: abbiamo barattato l'innovazione futura con la sicurezza finanziaria di pochi privilegiati?
Il termine killer acquisitions è stato formalizzato dagli economisti Cunningham, Ederer e Ma nello studio pubblicato sul Journal of Political Economy. Sebbene il concetto sia nato nel settore farmaceutico, descrive perfettamente la strategia attuale dei giganti tecnologici: acquisire realtà innovative non per integrarle, ma per eliminare sul nascere una minaccia competitiva. In molti casi, dopo l'acquisto, il progetto della startup viene interrotto o la tecnologia "congelata" per evitare che possa erodere le quote di mercato della società acquirente.
Le modalità con cui si manifesta questa pratica sono sottili e variegate. Si va dall'acqui-hiring, dove il colosso compra l'azienda al solo scopo di sottrarne i talenti e smembrare il team originale, all'integrazione cannibalizzante, dove le funzionalità più dirompenti di una startup vengono depotenziate per non disturbare i prodotti principali della casa madre. Documenti interni emersi dalle indagini della Federal Trade Commission hanno mostrato, ad esempio, come l'acquisizione di Instagram nel 2012 non fosse dettata solo da logiche di espansione, ma dalla necessità di neutralizzare quello che Mark Zuckerberg definiva un "pericolo esistenziale".
Questa strategia ha dato vita alla cosiddetta Kill Zone, un concetto analizzato dal ricercatore Ian Hathaway. La Kill Zone è un'area d'ombra che circonda i settori dominati dalle Big Tech, dove i venture capitalist smettono di finanziare nuove idee. Se il mercato percepisce che una startup in un determinato settore verrà inevitabilmente schiacciata o assorbita prima di poter crescere, i capitali si spostano altrove. Il risultato è un ecosistema digitale meno diversificato, dove il progresso è controllato da pochi attori interessati a mantenere lo status quo, soffocando quella "distruzione creatrice" che è alla base del libero mercato.
L'attuale corsa all'Intelligenza Artificiale rappresenta l'evoluzione finale di questo fenomeno, dove le acquisizioni dirette lasciano il posto alle "quasi-fusioni". Giganti come Microsoft, Google e Amazon stanno investendo miliardi in startup come OpenAI o Anthropic attraverso partnership che evitano i classici controlli antitrust. Qui non si compra la società, ma se ne controlla il destino attraverso il Cloud. È un sistema a circuito chiuso: le startup ricevono finanziamenti che “restituiscono” quasi istantaneamente, pagando la potenza di calcolo necessaria sui server degli stessi giganti che le dominano — siano essi Azure, AWS o Google Cloud.
Questa interdipendenza ha ridotto le startup a laboratori esternalizzati: autonomi nella forma, ostaggi nella sostanza. Ma oltre i tecnicismi normativi, emerge una questione esistenziale: se l'innovazione può sopravvivere solo diventando un ingranaggio di imperi consolidati, il futuro sarà tecnologicamente sofisticato ma privo di reale evoluzione. Un futuro dove le risposte ai bisogni comuni ricevono risposta solo se compatibili con i profitti di pochissimi giganti.
