Per tre decenni, milioni di spettatori hanno seguito sei ragazzi di New York riuniti intorno a un divano e una tazza di caffè. La serie «Friends» non si limita a raccontare l’amicizia: ci mostra come i rapporti che decidiamo di coltivare possono trasformarsi in famiglia, arrivando a integrarsi o perfino a sostituire quella d’origine. Rachel, Monica, Ross, Chandler, Phoebe e Joey sono una "chosen family", una famiglia elettiva nata dalla reciprocità e dalla vicinanza, non dall'anagrafe.
Il concetto di "chosen family" — famiglia per scelta — non è una novità televisiva. Nasce negli anni ottanta all'interno della comunità LGBTQIA+, in particolare durante la crisi dell'HIV/AIDS, quando molte persone transgender e omosessuali venivano rifiutate dalle famiglie biologiche e trovavano rifugio in nuclei alternativi.
La serie "Pose" (Netflix 2018-2021), ambientata nella New York degli anni ottanta e novanta, racconta proprio questo: le "houses", famiglie allargate con una "mother" o un "father" a fare da guida, offrono accoglienza, sostegno economico ed emotivo a ragazze e ragazzi transgender, gay e lesbiche cacciati di casa, costretti a vivere in strada. Blanca, protagonista della serie, fonda la propria "house of Evangelista" e definisce le houses come «un raduno di persone che non sono benvenute a riunirsi altrove, una celebrazione di una vita che il resto del mondo non ritiene degna di essere celebrata».
Quello che sembrava fiction è oggi realtà: le famiglie europee stanno cambiando forma, dimensione e significato. Ciò che un tempo era considerato il modello tradizionale — coppie sposate con figli — rappresenta oggi una minoranza sempre più ridotta, mentre crescono le persone sole, le famiglie ricomposte e i legami scelti al di fuori della parentela biologica. Partiamo dal dato più significativo: secondo Eurostat, nel 2024 soltanto il 23,6% delle famiglie europee è composto da adulti con figli che vivono sotto lo stesso tetto. In Italia il dato scende ancora, fino al 22,2%, quindi poco più di una famiglia su cinque ha minori a carico. Si tratta di una trasformazione lenta ma strutturale che porta con sé molte conseguenze, sia sociali sia economiche.
Un altro aspetto da sottolineare è quello delle famiglie unipersonali, ossia quelle costituite da una sola persona. Secondo le proiezioni Istat, nel 2050 queste famiglie rappresenteranno oltre il 41% del totale in Italia, mentre oggi sono poco meno del 37%. Il fenomeno è spinto dall'invecchiamento generale della popolazione, dalla bassa natalità e anche da una maggiore flessibilità dei percorsi individuali. La crescita della solitudine, per molti aspetti volontaria, per altri subita, ridisegna i confini del vivere e dell'abitare.
Queste nuove strutture familiari non riguardano solo i numeri e le statistiche: toccano questioni quotidiane, come il modo in cui si vive la casa, si organizzano le spese o si trova supporto nelle difficoltà. Le città si adattano a fatica: chi vive solo spesso si trova ad affrontare costi abitativi altissimi, chi fa parte di una famiglia allargata sperimenta la necessità di servizi più flessibili, sia nella scuola che nell'accesso alla salute.
Intanto, nascono progetti di co-housing e forme di vicinato solidale che rispondono alle nuove esigenze e costruiscono legami tra persone, ben oltre i rapporti di parentela. Le reti di supporto si spostano sempre più spesso fuori dalla cerchia familiare tradizionale: amici, vicini, gruppi di mutuo aiuto diventano interlocutori fondamentali.
Alle istituzioni viene chiesto di ripensare politiche e strategie, non solo sul piano narrativo, ma anche su quello operativo. I servizi pubblici devono adattarsi a una pluralità di modelli familiari che non rientrano più nelle categorie classiche. Il welfare fa i conti con nuclei diversificati, con una crescente domanda di flessibilità e con fragilità nuove che emergono da questa pluralità. Anche l'età media in cui i giovani europei lasciano la casa dei genitori, che si attesta attorno ai 26,3 anni, racconta di un passaggio complesso verso l'autonomia, fatto di difficoltà economiche ma anche di cambiamenti culturali.
La domanda che sorge spontanea è se siamo effettivamente pronti, come società, a riscrivere il significato di famiglia e di abitare, con tutti i cambiamenti che questo comporta. Saremo in grado di riconoscere e valorizzare reti di sostegno e solidarietà nate dalla reciprocità, al di là dei confini dell’anagrafe? È certo che le risposte cambieranno nel tempo, così come cambiano le persone e il modo in cui scelgono di vivere insieme.
