Le guerre non finiscono. Si incarnano nel DNA. Dalle guerre in Medio Oriente all’Europa orientale, le donne non sopravvivono soltanto; ma tramandano ferite. Il trauma bellico femminile si imprime nei geni, viaggia tra le generazioni, lascia segni nella psiche e nelle famiglie. Gli studi lo confermano. Nelle zone di conflitto, il prezzo pagato dalle donne si trasforma in un’eredità invisibile, che continua a colpire ben oltre la fine della guerra.
Studi come Epigenetics for WomEn-EpiWE hanno dimostrato che nelle donne vittime di violenza tre geni coinvolti nello sviluppo e nella plasticità cerebrale risultano ipermetilati, creando una vera e propria memoria della violenza a livello molecolare. Queste alterazioni epigenetiche non solo minacciano la salute globale della donna, diventando fattori di rischio per patologie croniche, ma possono essere trasmesse alla prole, perpetuando una catena intergenerazionale di vulnerabilità. Nelle madri della Repubblica Democratica del Congo esposte a grave stress prenatale, nelle donne sopravvissute al genocidio Tutsi e nelle vittime della tempesta di ghiaccio del 1998 in Quebec, sono state riscontrate alterazioni epigenetiche nei geni correlati alla risposta allo stress e alla funzione immunitaria, trasmesse ai figli.
La ricerca sulla trasmissione transgenerazionale del trauma ha avuto un'impulso significativo con gli studi sui figli dei sopravvissuti all'Olocausto, rivelando che le esperienze traumatiche vissute dai genitori possono essere trasmesse alle generazioni successive attraverso meccanismi psicobiologici ed epigenetici. Questi studi hanno identificato una vera e propria sindrome del sopravvissuto che si perpetua nelle generazioni, manifestandosi attraverso una vasta gamma di sintomi affettivi ed emotivi come sfiducia nel mondo, compromissione della funzione genitoriale, dolore cronico e ansia da separazione.
La dottoressa Wardi, psicoanalista israeliana, ha osservato come i discendenti dei sopravvissuti all'Olocausto assumano spesso il ruolo di candele della memoria, incaricati di colmare il vuoto lasciato nelle vite dei genitori e di mantenere vivo il ricordo delle esperienze traumatiche. Il fenomeno influenza profondamente il processo di individuazione rispetto alla famiglia d'origine, creando un legame transgenerazionale in cui il trauma, pur non essendo stato vissuto direttamente, viene sperimentato come parte della propria identità.
Yolanda Gampel, nel saggio incluso nel volume Generations of the Holocaust, parla di una trasmissione “radioattiva” del trauma. Secondo la studiosa, il fenomeno si esprime con sintomi che ricordano il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD): stati ansiosi, episodi depressivi, pensieri e ricordi intrusivi, uno stato di allerta costante, difficoltà a gestire le emozioni, problemi nei legami affettivi e nell’espressione della rabbia. l'eredità del trauma bellico ci pone di fronte a un paradosso inquietante: mentre la società continua a considerare le guerre come strumenti di risoluzione dei conflitti, ignora sistematicamente che ogni bomba sganciata oggi continuerà a esplodere per generazioni nelle cellule e nelle menti dei loro discendenti.
E allora viene naturale chiedersi: quanto vale realmente una vittoria militare se il suo costo biologico si propaga silenziosamente attraverso il DNA per decenni? Le modificazioni epigenetiche osservate nelle sopravvissute sono una forma di violenza che va oltre il tempo, una “frenesia bellica” che si diffonde ai figli e ai nipoti. Forse dovremmo ammettere che nessuna guerra si conclude davvero con la firma di un trattato di pace: le nostre guerre proseguono, imprimendo codici genetici alterati nelle generazioni future.
