Il linguaggio rappresenta uno degli strumenti più potenti che abbiamo per descrivere, interpretare e influenzare la realtà. Nel giornalismo, questa consapevolezza assume un valore ancora più rilevante, perché chi racconta i fatti ogni giorno si trova costantemente di fronte al bivio tra la semplice trasmissione delle informazioni e la responsabilità, ben più impegnativa, di restituire la complessità delle persone, delle storie, delle comunità che animano la società.
Nel contesto italiano questa riflessione si è tradotta in un impegno concreto con l’introduzione dell’articolo 5 bis all’interno del Testo unico dei doveri del giornalista, una norma che punta a sancire una svolta culturale tanto necessaria quanto attesa.
L’articolo 5 bis: una svolta per la professione
L’articolo 5 bis, inserito nel codice deontologico nel 2021 stabilisce che il giornalista ha il dovere di rispettare la dignità delle persone, evitando ogni forma di discriminazione e ponendo particolare attenzione al linguaggio utilizzato e alle immagini diffuse. L'articolo 5 bis non rappresenta soltanto l’ennesima prescrizione formale a tutela delle minoranze, ma certifica un rinnovato patto di responsabilità tra chi informa e la collettività. La tradizione giornalistica italiana, spesso ancorata a schemi descrittivi ancora segnati da maschilismo, stereotipi e logiche escludenti, ora si trova di fronte all’urgenza di un cambio di passo che parte proprio dalle parole.
Il linguaggio inclusivo va ben oltre la semplice correzione grammaticale o etimologica: liquidare questo tema come questione di "politicamente corretto" sminuisce la portata e sottovaluta il potere concreto delle parole. Scegliere un linguaggio inclusivo significa interrogarsi ogni volta sull’impatto delle proprie scelte comunicative, riconoscere che la realtà può essere raccontata in molti modi. Queste modalità però non hanno lo stesso valore in termini di rispetto, rappresentazione ed efficacia nel costruire relazioni autentiche e paritarie. Le parole non sono neutre: possono includere o escludere, legittimare o marginalizzare. Adottare una comunicazione attenta significa riconoscere che il linguaggio non si limita a descrivere il mondo, ma contribuisce attivamente a plasmarlo. Ogni termine scelto apre o chiude possibilità, trasmette messaggi impliciti di appartenenza o distanza.
Questo approccio richiede attenzione costante e la volontà di mettere in discussione automatismi linguistici radicati, ma rappresenta un investimento concreto nella costruzione di spazi più equi e accoglienti. Quando una notizia utilizza il maschile sovraesteso, escludendo implicitamente le donne e le identità non binarie, oppure quando si descrivono le persone con disabilità soltanto attraverso la loro condizione fisica o si ricorre a termini caricati di pregiudizio nel raccontare chi proviene da altri Paesi o appartiene a minoranze religiose, si produce un effetto tangibile: si rafforzano stereotipi, si amplificano distanze, si limita la comprensione reciproca e si restringe il campo della rappresentazione collettiva.
Responsabilità e impatti concreti del linguaggio
L’articolo 5 bis interviene proprio per arginare queste dinamiche. Impone al giornalista di fare lo sforzo consapevole di scegliere parole che non offendano nessuno, ma soprattutto che restituiscano centralità, complessità e dignità a ciascun soggetto raccontato. Non è una sfida semplice, e non si può nemmeno pensare che bastino formule standard o manuali di stile per superare decenni di automatismi culturali. Occorre formazione, ma soprattutto un’attitudine all’ascolto, la capacità di mettersi costantemente in discussione e il coraggio di rivedere le proprie abitudini.
Di fronte alla tentazione della semplificazione e degli stereotipi, il compito del giornalista contemporaneo è quello di andare oltre le apparenze, raccogliere testimonianze autentiche e rinunciare a etichette che rischiano di ridurre l’identità di una persona a un solo tratto distintivo.
Esiste, certo, un risvolto deontologico e perfino sanzionatorio che coinvolge la reputazione del singolo giornalista e della testata per la quale lavora. Una notizia scritta o confezionata ignorando la dignità della persona e facendo leva su contenuti discriminanti può portare a richiami e sanzioni da parte dell’Ordine dei giornalisti.
Ma ciò che è davvero in gioco, oltre alla sfera strettamente disciplinare, è la credibilità stessa del mestiere e il rapporto di fiducia che ogni redazione deve saper coltivare con il proprio pubblico. In un’epoca in cui la crisi di fiducia nei confronti dell’informazione è sotto gli occhi di tutti, un giornalismo capace di parlare a tutte e tutti, restituendo complessità e pluralità attraverso il linguaggio, offre un contributo fondamentale alla tenuta democratica della società.
L’inclusività come obiettivo professionale e sociale
L’articolo 5 bis interviene proprio per arginare queste dinamiche. Impone al giornalista di fare lo sforzo consapevole di scegliere parole che non offendano nessuno, ma soprattutto restituiscano centralità, complessità e dignità a ciascun soggetto raccontato. Non è una sfida semplice, e non si può nemmeno pensare che siano sufficienti formule standard o manuali di stile per superare decenni di automatismi culturali. Occorre formazione, ma soprattutto un’attitudine all’ascolto, la capacità di mettersi costantemente in discussione e il coraggio di rivedere le proprie abitudini.
Di fronte alla tentazione della semplificazione e degli stereotipi, il compito del giornalista è quello di andare oltre le apparenze, raccogliere testimonianze autentiche e rinunciare a etichette che rischiano di ridurre l’identità di una persona a un solo tratto distintivo. Esiste, certo, anche un risvolto deontologico e perfino sanzionatorio che coinvolge la reputazione del singolo giornalista e della testata per la quale lavora. Una notizia scritta o confezionata ignorando la dignità della persona e facendo leva su contenuti discriminanti può portare a richiami e sanzioni da parte dell’Ordine dei giornalisti. Ma ciò che è davvero in gioco, oltre alla sfera strettamente disciplinare, è la credibilità stessa del mestiere e il rapporto di fiducia che ogni redazione deve saper coltivare con il proprio pubblico. In un’epoca in cui la crisi di fiducia nei confronti dell’informazione è sotto gli occhi di tutti, un giornalismo capace di parlare a tutte e tutti, restituendo complessità e pluralità attraverso il linguaggio, offre un contributo fondamentale alla tenuta democratica della società.
Uscire dalla logica dell'invisibilità significa riconoscere che donne, persone LGBTQIA+, cittadini con background migratorio e persone con disabilità non devono più dover lottare per essere nominate e rappresentate secondo le proprie scelte e sensibilità. L’inclusività, quando è reale, non si limita a evitare l’offesa, ma diventa uno strumento per dare voce, spazio e diritto di esistere anche a chi per troppo tempo è stato ignorato, ridotto a categoria anonima, o peggio, descritto solo attraverso le lenti della marginalità o dell’eccezionalità. Le parole hanno conseguenze.
Conoscere l'articolo 5 bis significa riconoscere questa responsabilità. Il giornalismo oggi non può più permettersi di riprodurre automatismi linguistici che escludono, stereotipano o riducono le persone a categorie. Costruire ogni giorno un'informazione consapevole e rispettosa è l'unico modo per mantenere credibilità e contribuire a una rappresentazione più fedele della realtà.
