Donne over 40: la rinascita diventa una scelta. Superati i momenti difficili, il "riparto da me" non è più un rifugio necessario, ma una strategia di vita. Una svolta consapevole, a tratti rivoluzionaria, per chi decide di non subire il tempo che passa, ma di riprendere in mano le redini della propria vita.
Ripartire: oltre i tabù del fallimento
Un licenziamento che arriva dopo anni di carriera, un divorzio che ridisegna equilibri familiari, l'uscita graduale dalla maternità o ancora periodi di burnout che impongono uno stop. Situazioni, che un tempo rappresentavano stigma, oggi vengono riscoperte come nuove opportunità di crescita.
Secondo l'indagine “Tendenze dell’occupazione femminile in Italia al 2024” della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro elaborati su fonte Istat, tra il 2019 e il 2024 le donne occupate nella fascia 55-64 anni sono aumentate di 354mila unità, con una crescita del 18,9%, mentre il tasso di occupazione è passato dal 43,9% al 49,1%. Un dato che fotografa una realtà dinamica, alimentata dalla necessità ma anche dalla crescente consapevolezza del proprio valore delle fasce più mature, protagoniste di questo cambiamento.
«Mi sono data il permesso di sbagliare e ricominciare», racconta Giulia, 46 anni, ex project manager diventata consulente per startup. «Avevo paura di non farcela, poi ho scoperto che la vera forza è saper ricominciare, anche mille volte». Il suo è un messaggio che risuona familiare tra tante coetanee: il concetto di fallimento viene ribaltato, visto come occasione di riprogettazione, sul lavoro come nelle vicende affettive.
Reti femminili e contaminazione generazionale
A sostenere questi percorsi di rinascita sono spesso le relazioni interpersonali e le reti di solidarietà tra donne. Meno rumorose del clamore mediatico dei movimenti, ma capaci di produrre cambiamenti profondi. Crescono i gruppi di co-living femminile nelle grandi città e spazi di coworking che diventano enclavi protette dove scambiarsi risorse, idee, contatti .
Come spiega Francesca Montemagno, fondatrice di Something Good e vice-presidente di Pari o Dispare, in un'intervista rilasciata a Secondo Welfare, il coworking rappresenta «una possibilità di reinserimento per molte donne fuoriuscite dal mercato del lavoro, a causa della crisi economica o dopo la maternità». Si tratta di un lavoro smart, fatto di orari flessibili che si conciliano con le esigenze di cura, e che in un Paese dove l'occupazione femminile resta sotto il 50% diventa volano di crescita.
Il digitale accelera questa rivoluzione. Community come Women Lead, con centinaia di membri e oltre 100 mentor coinvolti, hanno supportato più di 300 tra studentesse e professioniste nello scegliere il percorso da intraprendere. Programmi di mentoring come quello di Young Women Network, con 700 associate, e le iniziative di Pangea Onlus dimostrano come le reti online stiano trasformando l'accesso alle opportunità. Nei percorsi di reverse mentoring non è raro vedere una quarantenne guidata da una ventenne nell'approccio alle nuove tecnologie, o viceversa una neoimprenditrice supportata dall'esperienza di una collega più senior. La contaminazione tra generazioni azzera la solitudine, smonta stereotipi e offre una visione allargata.
«Ho scoperto il valore del mentoring quando mi sono trovata persa, fuori dal mercato tradizionale», racconta Silvia, che dopo un divorzio ha rilanciato la propria carriera come freelance. «Ho ricevuto suggerimenti preziosi da una giovane founder conosciuta su LinkedIn, e ho restituito il favore qualche tempo dopo a una ragazza in cerca di prima occupazione. È proprio vero: non ci si salva mai da sole».
Cresce l'importanza del fare rete come strumento di empowerment
La solidarietà femminile assume forme inedite. Dall'ospitalità temporanea offerta tramite gruppi WhatsApp tematici al coworking domestico per madri single, dalle piattaforme di consulenza al mutuo soccorso digitale, cresce l'importanza del fare rete come strumento di auto-tutela e empowerment.
Secondo una mappatura condotta da Anna Chiara Scapolan, Ludovica Leone e Fabrizio Montanari, pubblicata sulla Rivista Impresa Sociale nel dicembre 2022, gli spazi collaborativi a orientamento sociale in Italia sono 304, pari a circa il 29% dei 1.056 spazi collaborativi presenti sul territorio nazionale. Si tratta di realtà che nascono spesso su iniziativa di un ente pubblico o dall'attivazione di lavoratrici che si riuniscono per condividere risorse e affrontare problematiche comuni, come la precarietà lavorativa e la mancanza di servizi di welfare.
Segnali concreti arrivano da diverse città italiane. A Torino, nel 2023, un gruppo di donne freelance ha inaugurato il Pink Coworking, spazio basato sul mutualismo dove ogni socia mette le proprie competenze al servizio della comunità. Come spiega Caterina Bonora, vicepresidente dell'Associazione Acca che gestisce il coworking, in un'intervista rilasciata a Italia Che Cambia: «Volevamo che costasse poco e che fosse un luogo di alleanza e di costruzione di consapevolezza, a partire dalle donne ma non solo per le donne». Con un contributo di soli 60 euro al mese, le socie accedono a spazi condivisi e a una «banca del tempo e delle competenze», strumento di mutuo aiuto professionale.
A Mestre (Venezia), delle cento aziende che orbitano negli spazi gestiti da Lemon, M9 e Htm, ben 50 sono guidate da donne. «Non solo come azienda, ma anche personalmente come presidente di Impresa Donna della Cna della Città metropolitana, sono molto felice di vedere tante donne impegnate nel lavoro», spiega Ilaria Edel Muzzati, titolare di Lemon e gestore del coworking di M9 e Htm, in un'intervista rilasciata a Il Nordest. «I Business Center rappresentano spesso il primo luogo in cui molte di loro si avvicinano con coraggio e passione alla libera professione. Se i dati provinciali ci dicono che solo il 20% delle piccole e medie imprese è guidato da donne, la fotografia che scattiamo nei nostri centri è diversa e vede un 50% delle realtà al femminile».
Il ricominciare da zero non è solo una reazione agli urti della vita, ma una forma di leadership gentile. È la capacità di accettare il cambiamento e di ricostruire, talvolta in silenzio, nuove versioni di sé. Senza clamore, ma con un impatto duraturo sulle vite individuali e collettive.
Le storie delle donne che hanno saputo reinventarsi dopo la crisi non sono solo esempio di resilienza, ma sono matrice di un modello sociale ancora poco raccontato e tutto da valorizzare. E forse è proprio qui, tra co-living, mentorship e micro-comunità, il terreno da cui germoglierà una nuova idea di riscatto e di empowerment femminile.
