In Italia cresce in modo allarmante il numero delle donne che vivono in strada, una realtà che rimane largamente invisibile e trascurata tanto nel dibattito pubblico quanto nell'organizzazione dell'assistenza sociale. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, a livello nazionale le donne rappresentano circa il 32% delle persone senza casa: oltre 30mila donne, la cui presenza è particolarmente tangibile nelle grandi città come Roma, Milano e Napoli, ma ormai rilevante anche nei centri più piccoli.
Questa realtà, tuttavia, resta spesso in ombra: la stessa raccolta dati si scontra con la marginalità e l’invisibilità delle donne, che adottano strategie elusive o restano confinate nell’“ospitalità informale”, fuori dai censimenti ufficiali. Nel racconto mediatico sul “senza dimora” l’immaginario rimane al maschile, ma le storie delle donne mostrano fattori e percorsi di marginalità specifici. Le cause che le spingono sulla strada sono spesso intrecciate e sistemiche: violenza domestica, precarietà lavorativa, affitti insostenibili, isolamento sociale e assenza di reti familiari di supporto rappresentano un insieme di ostacoli che si aggravano a vicenda.
La fuga da situazioni di violenza si conferma una delle radici principali: moltissime donne sono costrette a scegliere tra la continuità di un ambiente violento e la totale assenza di sicurezza. Spesso il passaggio da vittima di violenza a persona senza dimora è segnato dalla perdita del controllo economico, dall’isolamento sociale e dalla minaccia di separazione dai figli. Gli ultimi dati ISTAT confermano l’aumento delle donne accolte nelle case rifugio specializzate in violenza di genere: da circa 1.800 nel 2017 a oltre 3.000 nel 2023, con più di 4.000 minori accolti insieme alle madri. Tuttavia, queste strutture non riescono a coprire il bisogno complessivo e spesso l’ospitalità è temporanea; la saturazione dei centri e la mancanza di alternative lasciano molte fuori dai percorsi protetti.
In questa cornice di emergenza e rimozione sociale, a Milano nasce “3D: Donne, Dimora, Diritti” come modello di innovazione sociale e accoglienza partecipata. Qui l’intervento non si limita all’assistenza di base o a un posto letto: le donne diventano protagoniste attive del proprio percorso. Attraverso un approccio gender-specific e strumenti ispirati all’Human Centered Design, le beneficiarie partecipano alla progettazione degli spazi e delle attività, discutono in assemblea obiettivi e regole della vita comunitaria, per ricostruire gradualmente fiducia e autostima dopo esperienze di emarginazione e violenza. Il centro offre supporto psicologico specialistico, percorsi di empowerment lavorativo, consulenza legale e sanitaria, laboratori creativi e spazi per il confronto tra pari, con l’obiettivo di superare la logica dell’emergenza e costruire soluzioni reali di autonomia.
Il fenomeno delle donne senza dimora svela le crepe di un sistema che non tiene. Case rifugio sature, salari insufficienti per affitti crescenti, contratti precari che non offrono garanzie per accedere a locazioni regolari. Il diritto all'abitazione si scontra con un mercato che esclude chi ha percorsi lavorativi discontinui o redditi bassi, una condizione che riguarda in modo sproporzionato proprio le donne. Mentre si moltiplicano i progetti di accoglienza temporanea, i meccani strutturali che alimentano il problema rimangono intatti: mancano alloggi pubblici accessibili, servizi integrati che seguano le persone nel tempo, strumenti economici che permettano scelte abitative autonome.
Le esperienze come "3D: Donne, Dimora, Diritti" mostrano che è possibile costruire modelli di accoglienza diversi, ma evidenziano anche quanto sia complesso tradurre questi percorsi in soluzioni permanenti. Le donne che escono da questi centri si trovano spesso di fronte agli stessi ostacoli: mercato immobiliare inaccessibile, contratti che richiedono garanzie impossibili da fornire, redditi troppo bassi per sostenere un affitto.
L'accoglienza protetta funziona, ma ha tempi limitati e posti insufficienti. Quello che manca non sono le buone pratiche, ma un sistema abitativo pubblico capace di offrire alternative concrete al mercato privato. Senza questa rete di protezione, migliaia di donne senza mezzi adeguati resteranno sospese tra soluzioni temporanee e grave insicurezza abitativa.
