Immagine di copertina per Egea Haffner — se restare non è più possibile

Egea Haffner — se restare non è più possibile

6 luglio, 1946. Una valigia, poi il confine. Un ombrellino in mano, una valigia di cartone, e un cartello con una scritta che oggi è diventata memoria pubblica: «ESULE GIULIANA n. 30.001».

La fotografia ritrae Egea Haffner, la bambina con la valigia divenuta simbolo dell'esodo giuliano-dalmata. Lo scatto è fermo, quasi composto. Ma dentro contiene la fretta. La fretta di lasciare casa. La casa che resta lì, che smette di essere un luogo sicuro. In quelle ore la vita, il tempo… tutto si contrae. Un bagaglio improvvisato: i documenti, qualche piccolo oggetto, un cambio. Il resto rimane in quelle stanze - come se bastasse chiudere la porta per tenere in salvo ciò che si è stati.

Quel numero - 30.001 - non è un ornamento. È un messaggio. Lo zio di Egea fece scattare quella foto poco prima di lasciare la città, per dire che i 30mila italiani della cittadina istriana di Pola se ne sarebbero andati - tutti.

Nei giorni, mesi e anni a seguire, casa dopo casa, scala dopo scala, l'esodo divenne un gesto collettivo, inevitabile. E in ogni bagaglio la stessa domanda: cosa si sceglie di portare con sè, quando il resto non si può.

Egea, in quella fotografia, è già senza padre: è stata la ferocia delle foibe a portarglielo via. Quando un uomo scompare così, non manca soltanto un padre, cambia la geometria della vita quotidiana. Non c'è un corpo da piangere, non c'è un addio da dare. Solo il vuoto, l’assenza.

Qui parte una storia corale, raccontata dal lato di chi tiene insieme famiglie, scelte e sopravvivenza, mentre tutto si stravolge, dai confini alle parole con cui ci si spiega il mondo. Ma la storia non resta lì, dentro una valigia di cartone, improvvisata, chiusa in fretta. Per decenni si ritira, quasi scompare, finché un’immagine non la riporta in superficie: quello scatto in bianco e nero che ritrae Egea Haffner.

Anni dopo, nel 1997, quella foto viene scelta come manifesto della mostra “Istria – i volti dell’esodo 1945 - 1956”. Da lì Egea diventa un’icona, a volte più grande della sua biografia.

Eppure la storia, se la si riporta a misura umana, è semplice, spietata: una bambina di quattro anni e mezzo che ha appena perso il padre, inghiottito dalle foibe. Sullo sfondo, una famiglia costretta alla fuga, quando restare non è più possibile.

Il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, tiene insieme foibe ed esodo di istriani, di fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. La violenza sui corpi, torturati, uccisi e gettati nelle fosse. Poi lo strappo. Una vita ricostruita altrove, che porta con sé il vuoto di ciò che non si è potuto mettere in quella valigia di cartone.

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