Immaginate di scrivere un post sui social. Parlate di politica, di diritti, di attualità.
E immaginate che, mentre lo fate, qualcuno – un’agenzia governativa – lo legga, lo analizzi, lo cataloghi.
Non è fantascienza.
Succede oggi negli Stati Uniti. Secondo The Lever, l’ I.C.E, ovvero l’Agenzia per l’Immigrazione e le Dogane degli Stati Uniti,ha appena firmato un contratto da 5,7 milioni di dollari con Zignal Labs, una piattaforma di monitoraggio dei social già utilizzata dall’esercito israeliano e dal Pentagono.
Il software può analizzare oltre otto miliardi di post al giorno e trasformarli in feed mirati per individuare minacce o comportamenti sospetti.
E non è teoria. Alcuni attivisti sono stati presi di mira. Mahmoud Khalil, l' attivista pro-palestinese,per esempio.
Arrestato da agenti dell’immigrazione di New York dopo un video pubblicato online da un influencer di destra.
Il caso dell' ICE è comunque solo la punta dell’iceberg.
La sorveglianza digitale è ovunque. Pensate a ShadowDragon, Babel X, strumenti di “skip tracing”…
Sono tutti sistemi che combinano dati pubblici e privati, profili social, persino numeri di previdenza sociale.
Non si tratta più solo di criminalità. Si tratta di opinioni, movimenti, vita quotidiana online.
E qui entrano in gioco problemi concreti.
La privacy diventa un’illusione: ogni nostro dato, ogni post, ogni like può essere raccolto senza che ce ne accorgiamo.
La libertà di parola è sotto assedio: l’IA decide cosa è sospetto, cosa va segnalato.
E, insomma, questo porta inevitabilmente all’autocensura: ci si ferma, si temperano le parole, si evita di esprimere certe opinioni.
La profilazione fa il resto: opinioni, comportamenti, spostamenti, reti sociali… tutto catalogato, confrontato, trasformato in dati.
E tutto questo accade in un mondo opaco attraverso algoritmi invisibili, decisioni automatiche senza chiaro controllo umano, senza responsabilità.
Questo accordo tra l' Agenzia per l’Immigrazione e le Dogane degli Stati Uniti e la piattaforma di monitoraggio Zignal Labs, ci mostra ancora una volta cosa succede quando la tecnologia viene usata per sorvegliare in massa. E' una questione che riguarda tutti noi.
I nostri post. I nostri messaggi. I nostri like e i nostri rilanci.
Se la sorveglianza diventa predittiva, continua e invisibile, c'è da chiedersi: quanto resta della nostra libertà di espressione?
