Nella Germania del 1933, che preparava l'orrore delle Leggi di Norimberga, il censimento razziale passava per i rettangoli di cartone della Dehomag (filiale tedesca di IBM). Ogni foro identificava con precisione l'origine o la religione di un cittadino. Oggi i nuovi censimenti — quelli che non vedi — passano per i sistemi di sorveglianza predittiva.
La macchina della deportazione non viaggia più tra i faldoni degli schedari, ma corre alla velocità della luce dentro i server della Silicon Valley. I software biometrici schedano e colpiscono duramente chiunque venga catalogato come «indesiderato». La sorveglianza diventa così la merce che le Big Tech barattano cinicamente con i governi in cambio di contratti miliardari.
Questa logica di controllo trova oggi la sua massima espressione negli algoritmi di Palantir Technologies, azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data. Il suo fondatore, Peter Thiel, è una figura centrale di questo scacchiere: sostenitore dichiarato della destra sovranista, ha costruito il proprio impero su una idea di tecnologia come strumento di ordine nazionale e di controllo delle popolazioni. Attraverso il software di Palantir, la sua società offre all’agenzia per l’immigrazione una potenza di calcolo senza precedenti, capace di setacciare vite, relazioni e spostamenti, con una profondità che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile.
Questi sistemi processano miliardi di informazioni per ricostruire l’esistenza di un individuo attraverso le sue interazioni: incrociano agganci alle celle telefoniche, transazioni bancarie, legami di parentela e spostamenti GPS. Il risultato è un grafo sociale dinamico in cui l'identità individuale viene assorbita da una rete di connessioni prevedibili e monitorabili in tempo reale, trasformando la sorveglianza tecnologica nel braccio operativo di una precisa visione politica del controllo.
Come denunciato da Amnesty International e da numerose inchieste del The Guardian, questi algoritmi permettono rastrellamenti chirurgici. Se ieri il funzionario della Gestapo cercava il nome sul registro cartaceo, oggi l'agente del’ICE riceve una notifica sullo smartphone, che gli indica in quale casa e a quale ora troverà un padre di famiglia senza documenti. Non importa se sono clandestini o persone che risiedono negli Stati Uniti da decenni con visti regolari. La macchina non guarda in faccia nessuno: incrocia i dati e decide chi deve sparire.
Non tutti sanno, però, che Amazon, attraverso i suoi servizi cloud, ospita le infrastrutture che permettono a queste macchine di calcolo di girare senza sosta. Siamo davanti ad aziende che si dichiarano progressiste e inclusive, ma che nei fatti firmano contratti miliardari per fornire la logistica necessaria a sradicare migliaia di persone dalle proprie vite.
La Shoah non è iniziata con i forni, ma con l'identificazione, la separazione e la disumanizzazione. Nel momento in cui permettiamo a società private di vendere dossier su migranti, dissidenti o minoranze a governi che promettono deportazioni di massa, stiamo accettando la stessa logica che rese possibile l'orrore di ieri. I rapporti di Human Rights Watch e le inchieste del collettivo Mijente documentano molto bene come il monitoraggio dei social media e il riconoscimento facciale siano usati per dare la caccia agli «indesiderati».
Oggi è il 27 gennaio. Ma mi chiedo se abbia senso celebrare la Giornata della Memoria, nel momento in cui non abbiamo il coraggio di vedere che gli stessi spettri sono tornati. Cambia la divisa, cambia il mezzo, ma non cambia linguaggio. Una cosa è certa: il silenzio di chi guarda è rimasto lo stesso.
Ricordare, oggi, significa rompere il silenzio. Prima che sia troppo tardi per fingere di non aver visto.
