Ci hanno venduto l'idea che essere connessi h24 fosse sinonimo di maggiore produttività. Ma guardatevi allo specchio dopo tre ore di scrolling: vi sentite davvero più produttivi? Svanita l’illusione, abbiamo iniziato a domandarci se la vera libertà non sia proprio il potere di premere quell'interruttore, quel bottone che spegne tutto il rumore… che silenzia tutto.
Se fino al 2024 il ritorno all'analogico sembrava l’ennesima moda passeggera, oggi i dati confermano che siamo davanti a una nuova coscienza, quasi un istinto di sopravvivenza all'iper-connessione. Viviamo rincorrendo l'ultimo modello, l'ultimo update, ostaggi della dittatura degli aggiornamenti. Ma se la vera rivoluzione fosse invece un ritorno all’essenziale? Se la soluzione non fosse un processore più veloce, ma un oggetto volutamente "stupido"? Forse dovremmo chiederci cos'è davvero smart: la capacità di tenerci sempre online o la libertà di sganciarci al momento del bisogno?
Abbiamo creduto che uno strumento fosse tanto più intelligente quanto più fosse capace di occupare il nostro tempo. Il mercato però sta invertendo la rotta: le proiezioni indicano che le vendite di feature phones negli Stati Uniti hanno segnato una crescita costante, un'anomalia statistica trainata quasi esclusivamente dalla Generazione Z.
I Feature Phones (chiamati colloquialmente "dumbphones" o telefoni stupidi) sono una categoria di telefoni che si colloca a metà strada tra i vecchi cellulari basici degli anni '90 - 2000 e gli smartphone moderni. Quello che inizialmente appariva come l’ennesimo trend aesthetic, noto come "Luddite Club", si è evoluto in un comportamento di consumo maturo. Come documentato dalle inchieste del New Yorker sulla “Resistenza giovanile agli algoritmi”, milioni di giovani scelgono dispositivi limitati non per risparmio, ma per autodifesa. Hanno intuito, prima di altri, che la vera evoluzione non consiste nell'aggiungere funzioni, ma nel sottrarre rumore.
Nel frastuono dell'economia dell'attenzione, il silenzio è passato da vuoto imbarazzante a bene di lusso. Ma la disconnessione non è democratica, purtroppo. Con la piena attuazione della Direttiva Europea sul Diritto alla Disconnessione nel 2026, assistiamo a una profonda, e forse inaspettata, riscrittura delle dinamiche lavorative e sociali. Quello che era stato concepito come uno scudo per la salute mentale e il bilanciamento vita-lavoro si è trasformato, nei fatti, in un potente catalizzatore di disuguaglianza sociale, che crea inevitabilmente una nuova élite.
Da un lato troviamo i dipendenti delle grandi corporates e della pubblica amministrazione, tutelati per legge dal diritto alla disconnessione, per i quali la non reperibilità non è un optional, ma una norma garantita da sanzioni severe. Dall’altro lato abbiamo tutto il popolo della Gig Economy, dei freelance e dei lavoratori a progetto con partita IVA, per cui la direttiva non offre una tutela diretta e immediatamente applicabile. Questa massa di precari digitali rimane incatenata alla logica della reperibilità costante. Per loro, la disconnessione diventa un atto di coraggio che mette a rischio il proprio lavoro.
Salendo ai vertici della piramide, troviamo un’élite che può permettersi di staccare la spina senza giustificarsi: questa minoranza privilegiata delega la propria reperibilità a terzi. Attorno a questo bisogno di 'vuoto' è nata l'industria dei “Black Hole Resort”: eremi di design e bunker riconvertiti dove il segnale muore per lasciare spazio a una disconnessione totale, garantita e pagata a peso d’oro. Nel 2026, la possibilità di rendersi irreperibili sembra non essere un diritto di tutti, ma un privilegio di classe. Per alcuni è un diritto acquisito, per molti un lusso inaccessibile. Per pochi: un vero atto di libertà.
Ma quanto vale il nostro sguardo? Per la Silicon Valley il tempo che passiamo online, la nostra attenzione vale miliardi. È la materia prima, il petrolio del XXI secolo incessantemente estratto tramite algoritmi di engagement progettati per massimizzare la nostra permanenza sulle piattaforme. La disconnessione, da questa prospettiva, è una minaccia diretta al loro modello di business.
Ci avevano detto che il Cloud è etereo, leggero, invisibile. Mentivano. Il digitale ha un peso specifico enorme, fatto di ansia, ma soprattutto di energia elettrica bruciata. Inconsapevolmente abbiamo costruito prigioni digitali senza sbarre, arredate con comodità algoritmiche. L'Agenzia Internazionale dell'Energia, nel suo report “Electricity 2026” ci spiega come una singola query su ChatGPT consuma quasi 10 volte l'elettricità di una ricerca Google standard e con i data center che potrebbero raddoppiare il consumo energetico entro il 2026. Il digitale non è più a impatto zero.
Tuttavia, se per un decennio siamo stati malati di FOMO — l’ansia di restare esclusi — uno degli imperativi del 2026 sembra essere la JOMO (Joy of Missing Out ), ossia la gioia di perdersi tutto. La leggerezza di non sapere, di non esserci, di sparire. È quel sano egoismo di chi ha capito che il mondo continua a girare anche senza il nostro like.
