Un articolo uscito sul Guardian mi ha fatto riflettere, ancora una volta, sul senso della dieta — questa cangiante creatura che insegue migliaia di donne (e di uomini) nel patinato Occidente. L’accordo tra Costco e Novo Nordisk per vendere Ozempic e Wegovy a 499 dollari al mese promette “accesso alla salute per tutti”. Ma è un accesso in abbonamento. E, come sempre, riservato ai ricchi.
Quattrocentonovantanove dollari.
È quanto basta, oggi, per comprare un mese di magrezza da Costco. Il discount dell’ingrosso ha stretto un accordo con Novo Nordisk, l’azienda che produce Ozempic e Wegovy — i farmaci della nuova frontiera del controllo del corpo. L’annuncio è passato come una piccola rivoluzione: finalmente la perdita di peso è accessibile a tutti. Ma a guardarla bene, questa non è emancipazione: è solo una promozione stagionale sul desiderio.
Ci avevano detto che la dieta era una forma di disciplina. Un percorso, una prova di volontà. Poi ci hanno detto che era una scelta d’amore verso se stessi. Adesso è un’iniezione da fare una volta a settimana. Niente più fame, niente più conteggi di calorie, niente sensi di colpa. Solo un ago e una promessa: sarai più leggera, più sana, più felice. La dieta è diventata un farmaco — e la libertà, un abbonamento mensile.
Ozempic e Wegovy nascono come farmaci per il diabete di tipo 2, ma sono diventati icone pop grazie a TikTok e alle star di Hollywood. Il corpo magro è tornato mainstream, lucidato dalla retorica del benessere. Solo che ora la parola “dimagrire” non si usa più: si parla di gestione del peso, di cura di sé, di prevenzione. È la dieta che cambia vestito, ma resta la stessa idea: il corpo come problema da risolvere.
La mossa di Costco — “la salute per tutti, anche all’ingrosso” — sembra un atto democratico. Ma in realtà segna la piena normalizzazione di un modello: il corpo come investimento economico. Un corpo più leggero, più efficiente, più performante. Non per piacersi, ma per funzionare meglio. La dieta, oggi, è un KPI: un indicatore di produttività personale.
Eppure, chi resta al centro di tutto questo mercato? Le donne. Ancora una volta, siamo noi a portare sulle spalle il peso simbolico del corpo perfetto. Siamo il target, il sogno, la colpa, il grafico del marketing. E ogni volta che un’azienda ci promette libertà, la confeziona in un blister. Il femminismo, qui, non c’entra con la scelta individuale — nessuna donna dovrebbe sentirsi giudicata se decide di usare un farmaco.
Ma il femminismo serve a guardare il contesto: a chiedersi chi guadagna dal nostro malessere, chi trasforma la cura in consumo, chi decide quanto costa sentirsi “abbastanza”. Costco non ha inventato l’accesso alla salute. Ha solo portato il patriarcato sugli scaffali del benessere, in formato famiglia. E noi, mentre scorriamo i carrelli digitali, dovremmo domandarci: quanto vale, davvero, la nostra libertà se può essere messa in offerta?
