C'è un legame profondo, ancora poco raccontato, tra l'accettazione dell'imperfezione e la scelta della sostenibilità: entrambe ribaltano l'illusione della perfezione infinita. La pelle che invecchia racconta una storia autentica, fatta di vissuto e di cambiamenti naturali, proprio come il pianeta che oggi ci chiede rispetto. L'industria cosmetica sta scoprendo che mostrare rughe, macchie e capelli bianchi non è solo una scelta etica verso le persone, ma anche un atto di responsabiltà verso l'ambiente.
Slow beauty: rallentare per rispettare
Il movimento slow beauty unisce minimalismo estetico e sostenibilità ambientale. «Non trasformazioni miracolose, ma il prendersi il tempo per capire cosa funziona per la nostra pelle, senza lasciarsi abbagliare dalle mode», spiega il portale Aroma-Zone dedicato al green beauty.
Slow Beauty è l'antidoto al fast beauty: produzione rapida, trend effimeri, consumo di massa. L'industria cosmetica produce oltre 120 miliardi di unità di rifiuti plastici all'anno, la maggior parte non riciclabili. Dietro la promessa di una bellezza perfetta si nasconde un costo ambientale devastante: CO₂, inquinamento idrico, sfruttamento delle risorse. Accettare la propria pelle imperfetta significa, quindi, consumare meno. È una forma di resistenza al consumismo compulsivo alimentato dai social, dove influencer spingono all'acquisto di sempre nuovi prodotti.
La cosmesi green italiana guarda alla filosofia giapponese del wabi-sabi, che celebra la bellezza dell'imperfezione. Una pelle segnata dal tempo non è un difetto da correggere, ma la testimonianza di una vita vissuta. «Slow beauty significa tornare alle origini: pochi principi attivi e di qualità, che abbiano rispetto della nostra pelle e di tutto l'ecosistema», sintetizza Boutique Uniqa.
I consumatori premiano le filiere corte e trasparenza
L'erboristeria è tornata a crescere: 446 milioni di euro nel 2024, con un aumento del 5,3% trainato dalle formule franchising, secondo secondo i dati del Centro Studi di Cosmetica Italia. Dopo il boom del 2023 (+12% a 423 milioni), il canale ha superato i livelli pre-Covid confermando che i consumatori premiano filiere corte, circolari e a chilometro zero.
Inseguire la perfezione è insostenibile per la pelle, la psiche e il pianeta. Ogni prodotto promette miracoli ma richiede altri prodotti per completare il risultato. Ogni confezione di plastica si accumula. Ogni trend effimero genera sprechi. La cosmesi green italiana sta abbracciando l'upcycling per dare nuova vita agli scarti dell'industria alimentare. Bucce di mirtillo, semi di pomodoro, noccioli di ciliegia diventano composti per creme viso e scrub corpo. Naturaverde ha lanciato una crema viso antiage con attivi ottenuti da residui di produzione alimentare. L'Erbolario ha scelto l'alluminio 100% riciclabile per la linea Girasole.
Anche oltre i confini italiani, il movimento della slow beauty trova espressioni significative. The Ordinary, brand canadese fondato nel 2016 da Brandon Truaxe, ha rivoluzionato il mercato della cosmesi con un approccio radicale: formule essenziali, ingredienti dichiarati senza giri di parole, packaging minimalista, prezzi accessibili. «Eravamo stanchi dell'industria beauty: il marketing esagerato, gli ambasciatori celebri che mascheravano l'integrità per qualcos'altro, e i consumatori incoraggiati a spendere cifre eccessive per ingredienti comuni. La skincare era diventata troppo complicata, con la scienza nascosta dietro il gergo del marketing e promesse gonfiate», spiega la co-fondatrice Nicola Kilner. Un modello che ha dimostrato come la trasparenza possa diventare il cuore di un business miliardario, spingendo l'intera industria verso una comunicazione più onesta.
Secondo i dati illustrati dall’Osservatorio della Sostenibilità, oggi le imprese cosmetiche italiane impiegano il 23% di materie prime green, una crescita netta rispetto agli anni scorsi che conferma come bellezza e responsabilità possano procedere di pari passo.
