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Quando il gesto di cura diventa comunità​

L’eco-ansia, termine che indica la preoccupazione costante per la crisi climatica e la salute del pianeta, sta assumendo una dimensione sociale sempre più visibile. Secondo una recente indagine Unicef - YouTrend, circa il 22% degli italiani si riconosce in sintomi di eco-ansia, con una prevalenza del fenomeno tra i giovani: il 32% degli under 45 pensa che il cambiamento climatico renda meno desiderabile mettere al mondo figli. Questo sentimento spesso si accompagna a rabbia, impotenza e talvolta demotivazione verso le azioni quotidiane.

E tuttavia, proprio in risposta al senso di impotenza, si sta assistendo a una silente ma crescente diffusione di micro-pratiche collettive di resilienza. Fra queste, gli orti urbani rappresentano una delle pratiche a più rapida diffusione nel Paese: secondo il rapporto 2024 di Coldiretti, in Italia sono ormai oltre 2 milioni i metri quadrati coltivati a orto urbano, con una crescita del 18,5% negli ultimi cinque anni. Tali spazi nascono spesso in aree abbandonate, parcheggi dismessi o terreni comunali inutilizzati, diventando snodi di sperimentazione ambientale e, insieme, di socialità, benessere e mutualismo.

Oltre agli orti, si moltiplicano le “banche del tempo verde”, circuiti dove si scambiano tempo, competenze e strumenti: chi offre qualche ora a innaffiare o potare riceve in cambio prodotti della terra e formazione. Queste iniziative dimostrano che la resilienza climatica nasce non solo da atti individuali, ma da reti di reciprocità e supporto. Uno studio pubblicato da ARPAE sulla rivista bimestrale "Ecoscienza" (2024) evidenzia come l'eco-ansia, se gestita con consapevolezza, possa aiutarci a connetterci maggiormente con la nostra comunità e le persone che la abitano, trasformando la preoccupazione in azione concreta.

Non meno importanti sono i riti stagionali: celebrazioni pubbliche per i solstizi, laboratori di raccolta delle erbe spontanee, camminate collettive nei parchi cittadini. Tali momenti rituali stanno diventando occasioni per riscoprire i ritmi naturali soffocati dalla vita urbana. Studi di psicologia ecologica sottolineano quanto anche piccole esperienze condivise nella natura contribuiscano a ridurre lo stress e la percezione di isolamento, migliorando la salute mentale. L’Università di Milano-Bicocca, in un paper del 2023, ha rilevato che pratiche coerenti di “forest bathing” e orticoltura riducono del 27% i livelli di ansia e migliorano del 31% il senso di benessere nei partecipanti.

L’aspetto più trascurato nelle narrazioni istituzionali è proprio questo: il valore trasformativo delle micro-pratiche. Se le strategie nazionali e internazionali restano fondamentali per contrastare il cambiamento climatico, la possibilità di agire concretamente, anche su scala ridotta, rappresenta una leva psicologica potente. La partecipazione a questi micro-rituali restituisce agency, costruisce comunità e, lentamente, introduce nel tessuto urbano nuove narrazioni di speranza e possibilità.

Trasformare l’eco-ansia in spinta creativa, dunque, non è solo una questione individuale ma collettiva. Ogni orto, ogni scambio, ogni rituale diventa un atto di cura che va ben oltre il dato simbolico: si tratta della costruzione di nuovi modelli abitativi e relazionali, capaci di rendere le nostre città e le nostre vite più resilienti.

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