Nell'ultimo mese, gli occhi del mondo si sono posati sulla Global Sumud Flotilla. Dall'esterno, ai più distratti, potrebbe sembrare «solo» una mobilitazione per Gaza. Ma in realtà è molto molto di più per l'intera umanità. Ho avuto modo di sentire il fermento nella manifestazione di ieri a Milano e di ascoltare anche gli slogan dei movimenti ecologisti. Sul piano ecologico, questa mobilitazione rappresenta un ponte tra chi lotta per il clima e chi lotta per la giustizia sociale.
A bordo dell'Alma c'era anche Greta Thunberg, la ragazza che ha dato voce a una generazione intera. E non era sola. Con lei c'erano attiviste, parlamentari, persone che da anni portano avanti battaglie ambientali, come Benedetta Scuderi e Annalisa Corrado. Ma questa volta, la presenza di Greta ha un peso diverso. Non è la prima volta che Greta Thunberg parte per rompere l'assedio di Israele ma questa volta, durante la detenzione, ha subito violenze fisiche e psicologiche, segni di un potere che punisce chi osa difendere la Terra.
«Il nostro mondo sta salpando per Gaza», ha dichiarato il collettivo ambientalista italiano. Dietro quelle parole c'è una scelta profonda. È un atto di intersezionalità, per dirla con una parola di moda e cervellotica che però rende bene l'idea: se non siamo capaci di affrontare il dolore di un genocidio in corso, non potremo affrontare nemmeno il dolore del futuro tetro che ci attende con la crisi climatica. Perché la crisi climatica e il conflitto non sono due storie separate: sono parte della stessa storia coloniale.
E allora, come possiamo preoccuparci del pianeta di domani, se ignoriamo la sofferenza di chi oggi ha visto distruggere impietosamente case, scuole, strade, alberi? Interi ecosistemi sono stati spazzati via, non possiamo girarci dall'altra parte. Chi alza la voce per difendere l'ambiente oggi, viene sempre più spesso punito per averlo fatto.
Assistiamo sempre di più ad una criminalizzazione delle proteste, del dissenso, del diritto di dire «no». Invece di affrontare il riscaldamento globale, molti governi — di ogni colore politico — preferiscono ridurre lo spazio della democrazia. È successo in Italia, lo abbiamo visto col decreto sicurezza. Ma succede ovunque: in Europa, negli Stati Uniti, in America Latina. Le stesse leggi pensate per il terrorismo o per la criminalità organizzata vengono applicate ai movimenti per il clima, come Extinction Rebellion e Just Stop Oil. Forse, uno dei primi segni del declino democratico è stato proprio l'attacco certosino dei movimenti ambientalisti.
Sembra stupido dirlo ma non dimentichiamo che la posta in gioco è la vita stessa. Secondo l'agenzia di investigazione Global Witness, dal 2012 sono più di 2000 gli attivisti ambientali uccisi. Quando scoppia una guerra, sembra che tutto il resto smetta di contare. Ma l'ambiente non è una parentesi: è la prima vittima. Ogni conflitto distrugge non solo il presente, ma anche il futuro.
Pensiamo alla guerra in Ucraina: è stata alimentata dal denaro degli idrocarburi. Quegli stessi combustibili fossili che finanziano — in modo più o meno diretto — anche i conflitti in Medio Oriente. Oggi l'Ucraina è diventata un laboratorio tragico di ecocidio: due milioni di ettari di foreste bruciate, un milione di terre agricole distrutte. Gli attivisti ucraini hanno creato la più grande banca dati di crimini ambientali commessi in tempo di guerra.
E nei Paesi del Pacifico, il movimento per l'ambiente sta chiedendo che il termine ecocidio entri a pieno titolo tra i crimini riconosciuti dalla Corte Penale Internazionale, accanto al genocidio. Perché distruggere la natura di un popolo è distruggere quel popolo.
La domanda, oggi, è semplice e spietata: le democrazie sono in grado di gestire la transizione ecologica? Perché l'unico Paese che la sta davvero realizzando su larga scala è la Cina — un regime autoritario. La Cina ha scelto la tecnologia come risorsa strategica e sta correndo più veloce di tutti.
Eppure, la Flotilla ci ricorda che la democrazia è viva. Che la partecipazione popolare può ancora cambiare le cose. Che le persone, quando si sentono parte di qualcosa, non si tirano indietro. Ogni protesta, ogni atto di solidarietà, ogni riconversione dal basso sono parte della stessa battaglia: una lotta per ricostruire il mondo, pezzo per pezzo.
La grande sfida che abbiamo davanti è questa: riuscire a immaginare un futuro prospero riducendo, allo stesso tempo, le emissioni. E per farlo, dobbiamo accettare che la crisi ecologica non è un tema «ambientale». È il cuore di un conflitto sistemico, che riguarda la giustizia, la pace e la libertà stessa.
