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«Tre ciotole», il testamento di Michela Murgia al cinema

Il film «Tre ciotole», adattamento dell'ultimo libro di Michela Murgia, arriva nelle sale italiane il 9 ottobre 2025. La regista catalana Isabel Coixet firma questa coproduzione italo-spagnola con Alba Rohrwacher ed Elio Germano nei ruoli di due protagonisti legati da una separazione che diventa il preludio a una scoperta ben più devastante.​

Marta, insegnante di educazione fisica, reagisce alla rottura della sua relazione chiudendosi completamente e perdendo l'appetito. Antonio, chef ambizioso, riversa ossessivamente tutta la propria energia nel lavoro. Ma quando il corpo di Marta rivela un tumore al quarto stadio con metastasi, le coordinate della storia si ribaltano completamente. Non è più la separazione il fulcro, bensì il modo in cui la consapevolezza della morte trasforma il rapporto con l'esistenza e con i piccoli rituali che ci ancorano al presente.​

Le tre ciotole del titolo sono oggetti domestici comuni, scodelle ottenute tramite punti fedeltà di un supermercato, che Marta trasforma in rituali di guarigione. Non è spettacolarizzazione del dolore, ma rispetto per l'intimità dell'esperienza umana. Coixet rifiuta ogni compiacimento visivo, costruendo una Roma decadente e anarchica, dove la fotografia di Guido Michelotti mantiene un senso sottile di disagio, come se la normalità fosse prossima a rompersi.​

La performance di Rohrwacher trasmette il personaggio principalmente attraverso i silenzi e i piccoli gesti quotidiani. Germano incarna Antonio con un'intensità contenuta, affidando alla cucina il linguaggio di tutto ciò che non riesce a esprimere verbalmente. La prima ora del film attraversa una leggera ibridità formale, ma la seconda metà trova una dimensione emotiva precisa, rivelando l'autentico omaggio allo spirito dell'opera di Murgia.​

«Tre ciotole» accetta consapevolmente di essere un'opera autonoma, senza pretendere di sostituire la pagina scritta ma dialogando con essa. Il film chiede al pubblico di partecipare attivamente all'esperienza piuttosto che di assistere passivamente. Marta non implora soluzioni facili né finali consolatori, scoprendo invece che persino nella perdita può emergere una nuova pienezza.

Il risultato è un tributo a Michela Murgia, testimonianza del suo insegnamento: la vita risiede nei gesti inutili, negli oggetti dozzinali, nei silenzi fra le parole, in tutto ciò che le strutture culturali dominanti considerano insignificante.

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