Ieri è stata inaugurata a Milano la mostra dedicata a Mona Hatoum, una delle voci più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale. La mostra ripercorre il lavoro dell’artista attraverso installazioni e sculture che occupano con forza gli spazi della Fondazione Prada, ed è visitabile da oggi 29 gennaio al 9 novembre 2026.
Entrare in questa mostra non è un gesto neutro.
La prima cosa che senti è la forza evocativa delle opere. Non ti spiegano, ti accerchiano. Ti obbligano a prendere posizione, anche solo con il corpo. Mona Hatoum lavora così. Non alza mai la voce, ma non concede vie di fuga.
Nella sala centrale, quella delle sfere rosse, il tempo sembra fermarsi. Migliaia di piccole sfere disegnano una geografia senza confini politici, fragile. È un’immagine struggente quella del mondo che non sta mai fermo, che può cambiare forma. Cammini intorno, rallenti, quasi trattieni il respiro.
Hatoum è un’artista raffinata, nel senso più profondo del termine. Nulla è mai urlato. I materiali, vetro, metallo, oggetti quotidiani, sono scelti con precisione chirurgica. Parlano di confini, di controllo, di vulnerabilità, di corpi esposti. Parlano di casa e di esilio, di sicurezza apparente e di minaccia costante. Temi politici, sì, ma sempre incarnati. Sempre vissuti.
Esporre queste opere negli spazi della Fondazione Prada non è un dettaglio. È un amplificatore. L’architettura severa, i volumi ampi, le distanze calibrate fanno risuonare ogni lavoro con più forza. Qui il vuoto conta quanto il pieno. E ogni opera sembra trovare lo spazio giusto per farsi ascoltare.
Se ti fermi un attimo, appoggi le spalle alle pareti di cemento e guardi davanti a te, da qualsiasi punto, ti sembra di essere in una mappa magica. Un mappa che non indica la strada, ma ti ricorda quanto sia facile perderla.
Mona Hatoum è nata a Beirut da una famiglia palestinese e vive da molti anni tra Londra e il resto del mondo. La sua ricerca artistica nasce dall’esperienza dell’esilio e trasforma il vissuto personale in una riflessione universale sul potere, sul corpo e sulla fragilità delle nostre certezze.
Una mostra da non perdere per concedersi di perdersi e ritrovarsi.
