Anche quest’anno la Fondazione Prada ha proposto Human Brains, ma in un formato nuovo, su più mesi e intrecciato con la programmazione cinematografica. Ieri sera, al Cinema Godard, con Elena Meneghetti, amica e collega di Ascolta.news, abbiamo partecipato al primo incontro Human Brains: Screen Talk. Siamo entrate per parlare di cervello e siamo uscite, almeno io, pensando soprattutto al tempo. La nuova formula proposta per parlare di cervello funziona sia nei tempi (brevi) sia nei contenuti (chiari). Due momenti di conversazione, uno prima della proiezione e uno dopo, il film in mezzo e, soprattutto, un linguaggio capace di parlare di scienza senza trasformarla in una lezione per studiosi. Human Brains: Screen Talk è il nuovo capitolo del progetto che Fondazione Prada dedica alle neuroscienze e allo studio del cervello umano dal 2018. Questa volta la scienza incontra il cinema, con nove appuntamenti tra ottobre 2026 e maggio 2027, nei quali documentari e film dialogano con scienziati, ricercatori e registi. Quello di ieri sera è stato il primo incontro, Oltre il tempo: le sfide della longevità, e ha avuto come protagonista il documentario The Oldest Person in the World di Sam Green, presentato dal regista stesso. Green ha trascorso dieci anni a seguire la storia delle persone che hanno avuto, in epoche diverse, il titolo di persona più anziana del mondo. Una ricerca che parte dalla longevità e finisce per diventare una riflessione sul tempo che passa. È in questa riflessione che il film mi ha conquistata, forse per l’ironia degli avvenimenti. Perché le protagoniste, una dopo l’altra, muoiono. E quando una se ne va, arriva la successiva. È una specie di staffetta della vita lunghissima, con una componente involontariamente comica che non guasta affatto, soprattutto quando il tema è la morte. C’è qualcosa di molto umano, e anche molto ironico, nel desiderio di trovare la persona più vecchia del mondo e poi scoprire che, statisticamente, nel giro di qualche mese, anche lei muore. Green non sembra voler risolvere questa contraddizione. La osserva. E nel farlo mette dentro il film anche la propria storia personale, senza paura di esporsi sul tema della morte. Così quella che poteva essere una semplice indagine sui centenari diventa progressivamente una domanda molto più grande: che cosa stiamo davvero cercando quando cerchiamo di vivere più a lungo? Prima del film c’era stato il momento della scienza, con il professor Philip Scheltens, neurologo, fondatore dell’Alzheimer Center presso l’Amsterdam University Medical Center, che ha raccontato che cosa possiamo imparare dai centenari che mantengono intatte le proprie capacità cognitive. Il suo intervento ha toccato la plasticità cerebrale e il tema della resilienza rispetto alla malattia di Alzheimer. Scheltens ha portato dentro la sala la ricerca scientifica, ma senza trasformarla in un recinto. Alla fine del film, il dialogo tra lui e Sam Green, moderato da Sergio Fant e Cornelia Mattiacci, exhibition curator di Fondazione Prada, ha dato la possibilità di passare dalla scienza alla storia, dalla storia al cinema e dal cinema di nuovo alla scienza, in continuità con le domande dalla sala. Human Brains ha scelto fin dall’inizio di usare il plurale, proprio per sottolineare la complessità del cervello e l’irriducibile unicità di ogni individuo. E forse è proprio questo che rende interessante anche questa nuova versione cinematografica del progetto. Non c’è un cervello uguale a un altro, così come non c’è una storia della longevità che possa essere ridotta a un numero. Il prossimo appuntamento sarà il 29 ottobre con Coscienza e memoria, il documentario Conscious di Suki Chan e l’intervento della neuroscienziata Daniela Perani. A novembre si parlerà invece di adolescenza, mente e corpo, con Teenage Life Interrupted di Åse Svenheim Drivenes e il pediatra Hans Petter Fundingsrud. Io intanto sono uscita dal Cinema Godard con la certezza piuttosto semplice che forse il problema non è soltanto capire quanto a lungo possiamo vivere, quanto capire che cosa succede a noi, al nostro cervello e alla nostra idea di vita mentre il tempo passa.
Le vite lunghissime, il cervello e quella strana cosa che chiamiamo tempo
Anche quest’anno la Fondazione Prada ha proposto Human Brains, ma in un formato nuovo, su più mesi e intrecciato con la programmazione cinematografica. Ieri sera, al Cinema Godard, con Elena Meneghetti, amica e collega di Ascolta.news, abbiamo partecipato al primo incontro Human Brains: Screen Talk. Siamo entrate per parlare di cervello e siamo uscite, almeno io, pensando soprattutto al tempo. La nuova formula proposta per parlare di cervello funziona sia nei tempi (brevi) sia nei contenuti (chiari). Due momenti di conversazione, uno prima della proiezione e uno dopo, il film in mezzo e, soprattutto, un linguaggio capace di parlare di scienza senza trasformarla in una lezione per studiosi. Human Brains: Screen Talk è il nuovo capitolo del progetto che Fondazione Prada dedica alle neuroscienze e allo studio del cervello umano dal 2018. Questa volta la scienza incontra il cinema, con nove appuntamenti tra ottobre 2026 e maggio 2027, nei quali documentari e film dialogano con scienziati, ricercatori e registi. Quello di ieri sera è stato il primo incontro, Oltre il tempo: le sfide della longevità, e ha avuto come protagonista il documentario The Oldest Person in the World di Sam Green, presentato dal regista stesso. Green ha trascorso dieci anni a seguire la storia delle persone che hanno avuto, in epoche diverse, il titolo di persona più anziana del mondo. Una ricerca che parte dalla longevità e finisce per diventare una riflessione sul tempo che passa. È in questa riflessione che il film mi ha conquistata, forse per l’ironia degli avvenimenti. Perché le protagoniste, una dopo l’altra, muoiono. E quando una se ne va, arriva la successiva. È una specie di staffetta della vita lunghissima, con una componente involontariamente comica che non guasta affatto, soprattutto quando il tema è la morte. C’è qualcosa di molto umano, e anche molto ironico, nel desiderio di trovare la persona più vecchia del mondo e poi scoprire che, statisticamente, nel giro di qualche mese, anche lei muore. Green non sembra voler risolvere questa contraddizione. La osserva. E nel farlo mette dentro il film anche la propria storia personale, senza paura di esporsi sul tema della morte. Così quella che poteva essere una semplice indagine sui centenari diventa progressivamente una domanda molto più grande: che cosa stiamo davvero cercando quando cerchiamo di vivere più a lungo? Prima del film c’era stato il momento della scienza, con il professor Philip Scheltens, neurologo, fondatore dell’Alzheimer Center presso l’Amsterdam University Medical Center, che ha raccontato che cosa possiamo imparare dai centenari che mantengono intatte le proprie capacità cognitive. Il suo intervento ha toccato la plasticità cerebrale e il tema della resilienza rispetto alla malattia di Alzheimer. Scheltens ha portato dentro la sala la ricerca scientifica, ma senza trasformarla in un recinto. Alla fine del film, il dialogo tra lui e Sam Green, moderato da Sergio Fant e Cornelia Mattiacci, exhibition curator di Fondazione Prada, ha dato la possibilità di passare dalla scienza alla storia, dalla storia al cinema e dal cinema di nuovo alla scienza, in continuità con le domande dalla sala. Human Brains ha scelto fin dall’inizio di usare il plurale, proprio per sottolineare la complessità del cervello e l’irriducibile unicità di ogni individuo. E forse è proprio questo che rende interessante anche questa nuova versione cinematografica del progetto. Non c’è un cervello uguale a un altro, così come non c’è una storia della longevità che possa essere ridotta a un numero. Il prossimo appuntamento sarà il 29 ottobre con Coscienza e memoria, il documentario Conscious di Suki Chan e l’intervento della neuroscienziata Daniela Perani. A novembre si parlerà invece di adolescenza, mente e corpo, con Teenage Life Interrupted di Åse Svenheim Drivenes e il pediatra Hans Petter Fundingsrud. Io intanto sono uscita dal Cinema Godard con la certezza piuttosto semplice che forse il problema non è soltanto capire quanto a lungo possiamo vivere, quanto capire che cosa succede a noi, al nostro cervello e alla nostra idea di vita mentre il tempo passa.