In un caldo pomeriggio di maggio, mi sono ritrovata in auto su una strada che conduce da Milano verso il mare di LaSpezia. Ma il viaggio si fermava prima, per un tuffo in un mare denso di parole riparative e di sguardi riflessivi e profondi come solo sanno essere quelli delle ragazze e dei ragazzi degli IPM italiani, giunti a Lunae Pontremoli per raccontare la loro presenza.
Tra il gorgoglio del fiume Magra e il silenzio del convento dei cappuccini, Lunae Pontemoli è una sorta di scuola di primavera a cui tutti dovrebbero partecipare: intreccio di teatro e mediazione, un progetto nato per costruire un ponte tra la città e l’Istituto Penale per i Minorenni femminile attraverso, quest’anno, la metafora del cammino sul filo. È un’esperienza di giustizia riparativa che trasforma il rischio della caduta in un’occasione di incontro e riflessione collettiva, invitando tutti a sperimentare l’”arte della vita”.
Nel tardo poemriggio di venerdì, ho assistito all’ happening tra scrittura e rap in piazza e poi la sera al Teatro della Rosa ho guardato lo spettacolo Angeli Funamboli, nato dai laboratori di scrittura e di teatro tenuti da Paolo Billi.
E’ stato commovente e allo stesso tempo scomodo e pungente, assistere al racconto degli equilibri di questi ragazzi e di queste ragazze, arrivati dagli IPM di mezza Italia e dai licei cittadini di Pontremoli.
Dopo una notte silenziosa e pacificante nel dormitorio dei Padri Cappuccini, la mattina di sabato, ci siamo recati tutti, adulti e ragazzi, verso il Teatro della Rosa, dove si è svolto l’evento clonclusivo di questa tre giorni. I “ragazzi interrogano gli ospiti” è intitolata questa sessione, ed i ragazzi, sul palco del teatro hanno fatto proprio questo. L’incontro è stato aperto da Clara Cavellini, Sindaca Reggente di Pontremoli, che ha rivendicato con orgoglio il legame tra la città e l’IPM, definendolo un “unicum” capace di offrire alle ragazze la forza di “volare alto”.
Federica Brunelli, curatrice delle attività riparative, ha poi lanciato la sfida: una mattinata senza copioni, un cammino “al buio” dove l’unica protezione è la rete simbolica tessuta collettivamente, descritta dall’artista Fosca Campagnoli come un’armatura che sostiene le fragilità e le gioie di tutti.
Il primo a salire sul filo è stato il criminologo Adolfo Ceretti. Sollecitato da Sadia e Isabella, ha spiegato come la sua vita sia stata un costante cammino ai bordi dell’abisso per incontrare gli occhi di chi soffre. Il concetto chiave di Ceretti è l’orizzontalizzazione della giustizia: uscire dallo “scranno” giudicante per incontrare l’altro a metà strada, in una dimensione di precarietà condivisa dove non esistono etichette psichiatriche o criminologiche. Ha introdotto il potente concetto di Zimzum — l’atto di ritrarsi per far emergere l’altro — spiegando che fare una domanda è un atto di umiltà che permette a chi ha sbagliato di snocciolare il proprio pensiero e arrivare finalmente a dire: “Questo sono io”, integrando il reato nella propria storia personale.
È seguito l’intervento di Mitja Gialuz, giurista e velista, che ha risposto a Ramon e Viola partendo dal vuoto della tempesta in mare. Gialuz ha definito la speranza come il “filo rosso” della Costituzione, l’elemento che permette di riempire di futuro le decisioni dei giudici e degli avvocati. Per Gialuz, la legge non è un monolite: di fronte a una norma ingiusta, il giurista ha il dovere di attivare rimedi collettivi per restituire umanità a un processo che spesso la sottrae. Il vento, per il funambolo come per il giurista, non è solo un pericolo ma una risorsa che spinge avanti se si sanno leggere i valori comuni.
La scrittrice Widad Tamimi, dialogando con Elaini e Sara, ha scardinato l’idea dell’equilibrio tra identità. Secondo Tamimi, noi non dobbiamo scegliere un’unica identità, perché siamo una pluralità di cose insieme; il conflitto è parte della nostra natura e il vero fallimento non è il reato, ma restare fermi nello sbaglio senza darsi regole per vivere il conflitto stesso. Ha descritto il suo approccio come un “bungee jumping” nell’abisso per raggiungere la terra, l’unico luogo dove siamo tutti uguali e dove l’empatia diventa la mano tesa, la vera fune che permette di risalire insieme.
Il magistrato Luca Villa ha commosso il pubblico parlando della sua visione del ruolo giudiziario a partire dalle domande di Azzar e Giorgio. Ha descritto il magistrato come uno “scassinatore di casseforti” che deve trovare la combinazione giusta per entrare nella storia di un ragazzo. Villa ha affermato con forza che ogni condanna è una sconfitta dello Stato e ha criticato il “decreto Caivano” perché, limitando la messa alla prova, tradisce il principio di urgenza della giustizia minorile. Per Villa, è fondamentale aiutare il ragazzo a uscire dal “personaggio” del reo (il tossico, il rapinatore) per riscoprire la persona, perché il fattore tempo nei giovani è una “spugna” che non può attendere i tempi biblici dei processi.
Maria Inglese, psichiatra e mediatrice, ha risposto a Ilias e Martina introducendo il concetto di risonanza umana. Ha spiegato che perdere il controllo o “sbottare” davanti a un paziente può essere un momento rivelatore: una tempesta che rompe i ruoli precostituiti (medico/paziente, uomo/donna) e permette di risuonare insieme anche su note dissonanti. Inglese ha sfidato il mito dell’individuo autonomo, definendoci “co-individui” fabbricati dalla storia e dall’ambiente, sottolineando che nessuno dovrebbe essere lasciato solo nel momento della scelta, poiché le conseguenze delle nostre azioni appartengono a tutti.
Infine, la funambola Edvige Ungaro, rispondendo a Tommaso e Giulia, ha svelato il segreto del filo: la scelta si fa sulla piattaforma, prima del primo passo. Ha descritto il funambolismo come una disciplina di testa e di fiducia, dove la paura è necessaria per non correre rischi inutili. Significativo il suo pensiero finale: non è il filo ad aiutarla nella vita, ma è l’esperienza nel sociale e il contatto con le storie difficili ad aiutarla a gestire il bagaglio emotivo quando sale sulla corda, perché la vita “è molto più difficile del filo”.
Nelle conclusioni, il Dirigente Paolo Gabriele Bono ha esaltato Pontremoli come comunità che non isola il carcere, mentre la dottoressa Cristiana Rotunno, pur ribadendo la necessità della sicurezza, ha indicato nella giustizia riparativa il cardine per comprendere il dolore dell’altro. Il regista Paolo Billi ha chiuso con un omaggio alla componente artistica, citando l’emozione per l’interpretazione poetica di Elaini.
Per nutrire i nuovi semini che questi due giorni hanno seminato dentro di me, proprio accanto a quel semino della Giustizia Riparativa a cui ho assistito nel 2020 in un incontro con Franco Bonisoli, mi sono portata a casa due libri:
“L’ascolto smarrito“ l’antologia che raccoglie poesie, testi rap e riflessioni scritti da adolescenti reclusi in dieci Istituti Penali Minorili italiani, curata da Federica Brunelli e Billi e poi “Dal fiume al mare” la storia di una famigli ain equilibrio di Widad Tamimi.
Ricordando anche la piacevole sorpresa di rivedere Franco Bonisoli e di conoscere Laura, chiudo cercando le parole giuste (che non trovo) per esprimere riconoscimento a Federica Brunelli che mi ha invitato, mostrandomi un ecosistema di “reti di appoggio e ascolto” fatto di professionisti capaci di creare spazi di “umanità e pietas” dove i ragazzi non sono ridotti a un’etichetta, ma sono visti come persone capaci di trasformare la propria caduta in un nuovo, coraggioso inizio.


